Vi.Ro. Impianti | Ricerca Perdite Acqua

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Uno degli aspetti fondamentali da considerare quando si verifica una perdita d’acqua nelle tubature (siano esse quelle di casa, ufficio o qualsiasi altro tipo di edificio) è quello relativo alla velocità di analisi e di intervento al fine di limitare gli eventuali danni che potrebbero verificarsi negli edifici o appartamenti sottostanti.

A questo scopo va detto che non per forza è necessario adottare un approccio distruttivo per risolvere, e dunque andare a sollevare il pavimento o bucare il muro in maniera importante al fine di riuscire ad individuare il punto esatto dal quale proviene la perdita. Oggi infatti, vi sono realtà del settore quali ad esempio Vi.Ro Impianti, azienda che da anni opera nel settore e che ha sede in provincia di Lecco, che adopera tecnologie di settore all’avanguardia grazie alle quali è possibile riuscire ad individuare in maniera molto precisa il punto nel quale avviene la perdita d’acqua, ed operare quindi in maniera molto più precisa e metodica.

Grazie alla termografia ad esempio,  Vi.Ro Impianti garantisce analisi di ricerca perdite acqua e interventi di assoluta precisione,  che sono il meno invasivi possibile e grazie ai quali è possibile tornare rapidamente a fruire normalmente dell’impianto. Ciò è un vantaggio per il cliente, perché si limitano in maniera assoluta i disagi per quanti vivono in quel determinato ambiente, ma soprattutto grazie alla rapida localizzazione del punto in cui avviene la perdita è possibile limitare al minimo le possibilità che possano verificarsi situazioni poco piacevoli, relative ad esempio ai danni capitati a chi vive nei piani inferiori o ad altri problemi causati dalle infiltrazioni d’acqua.

Rapidità di analisi e di intervento dunque, per una azienda che è oggi una importante realtà del settore e che consente di superare questo tipo di emergenza in maniera brillante riducendo al minimo i disagi e i costi. 

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Attrezzature per Area Giochi e Gonfiabili

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Go Leisure è una azienda che da oltre 20 anni si occupa della produzione di giochi e attrezzature per allestire spazi ludici, sia interni che esterni. La qualità dei materiali e la cura impiegata durante ogni fase di lavorazione, fanno si che i gonfiabili Go Leisure e tutti gli altri prodotti commercializzati da questa importante realtà rispondano perfettamente a tutti gli standard di sicurezza da adottare, considerando che i fruitori delle attrezzature saranno bambini. In particolare parliamo di giochi gonfiabili di qualsiasi tipologia e adatti a qualsiasi tipo di utilizzo: dai divertentissimi e coloratissimi saltarini ai classici scivoli d’acqua, dalle piramidi da “scalare” al calcio balilla umano, dalla nave dei pirati ai percorsi gonfiabili tutti da giocare. Questi sono soltanto alcuni esempi delle bellissime attrezzature prodotte da Go Leisure, che vi consentiranno di rendere il vostro parco giochi o area ludica uno spazio assolutamente diverso da ciò che si vede solitamente in giro, decisamente più attraente per i bambini e al tempo stesso molto più sicuro. Soluzioni innovative dunque, dal design accattivante e assolutamente sicure per i piccoli fruitori, questo mix è alla base del successo di questa importante azienda. Lo staff sarà inoltre lieto di aiutarti ad individuare la soluzione più adatta a soddisfare le tue esigenze, sulla base della superficie a disposizione. Ti sarà possibile inviare la piantina degli spazi che ospiteranno i prodotti per il gioco e Go Leisure si occuperà di mettere direttamente a punto il progetto perfetto per valorizzare l’area di cui disponi, fase alla quale seguirà un sopralluogo che precede l’inizio effettivo della realizzazione dell’attrezzatura da te prescelta. Anche le fasi di messa in opera saranno gestite direttamente da Go Leisure, che per mezzo dei suoi tecnici specializzati ti consegnerà il prodotto già posizionato e pronto all’utilizzo, per la gioia dei bimbi. Contatta Go Leisure per qualsiasi richiesta o informazione al numero +390392497489.

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Studio di mediazione immobiliare Franco Guerrieri

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Acquistare un immobile di lusso, o comunque di un certo prestigio, è particolarmente complicato per quanti non sono del settore e non ne conoscono a pieno le dinamiche. Quello del lusso è infatti un mercato particolare per il quale diventa ancora più importante il riuscire ad avvalersi di una risorsa che possa curare i propri interessi e gestire tutte le pratiche necessarie in maniera ineccepibile. L’immobiliare Monza Franco Guerrieri è impegnata da anni nel settore e rappresenta una valida risorsa per quanti desiderano acquistare o vendere un immobile di prestigio a Monza o in Brianza, mettendo a disposizione dei clienti tutta l’esperienza maturata nel tempo e le capacità di uno staff appassionato e qualificato. I servizi che questa prestigiosa agenzia di mediazione immobiliare offre, riguardano già la stima e la valutazione approfondita di un determinato immobile, anche per quel che riguarda le sue potenzialità.

Il cliente viene inoltre seguito anche dal punto di vista legale e dunque durante la stesura del compromesso, nonché al momento del rogito, oltre ad un affiancamento mirato al fine di riuscire ad ottenere in maniera più semplice il finanziamento presso gli istituti bancari che sono convenzionati. L’agenzia offre inoltre ai propri clienti consulenza tecnica per tutto ciò che riguarda eventuali interventi di progettazione o ristrutturazione degli immobili,nonchè organizzazione di sopralluoghi. Lo studio di mediazione immobiliare Franco Guerrieri assiste dunque i propri clienti a 360 gradi, sia nel caso essi desiderino acquistare che vendere un immobile, offrendo loro sempre il massimo della trasparenza e garantendo il massimo della privacy. La grande esperienza maturata nel tempo, unita alla trasparenza nelle operazioni e alla discrezione nelle trattative, rendono lo Studio Franco Guerrieri una risorsa in grado di offrire sempre un servizio d’alto profilo, con particolare riferimento a soluzioni abitative che si distinguono per importanti caratteristiche architettoniche, storiche e paesaggistiche.

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Acqua pura e personalizzata grazie ai dispenser ufficio IWM

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Offrire a tutti la possibilità di potersi dissetare durante l’orario di lavoro, così come al termine di una seduta di palestra o magari all’interno di una sala d’attesa mentre si attende di essere ricevuti, è molto importante ed è una grande testimonianza di attenzione nei confronti dei dipendenti o della propria utenza. Ecco perchè sono sempre di più le aziende che decidono di provvedere ad offrire questo servizio e migliorare così le condizioni dei lavoratori o comunque rendere più piacevole la permanenza di clienti ed utenti all’interno della propria struttura. Se fino a qualche anno fa si ricorreva ai classici boccioni d’acqua, oggi si preferisce puntare sui dispenser d’acqua per l’ufficio, come i vari modelli proposti da IWM i quali trattano l’acqua di rubinetto rendendola ancora più pura migliorandone anche il sapore. Le ragioni che spingono le aziende ad adottare questa soluzione sono da ricercare sia nella qualità dell’acqua che nel costo di approvvigionamento, due argomenti sicuramente interessanti e che meritano grande attenzione per ovvi motivi.

L’acqua del rubinetto infatti, è già salutare di suo in quanto controllata dalle società locali che si occupano della gestione dell’acqua. Grazie ai dispenser ad osmosi inversa IWM, è possibile trattare l’acqua del rubinetto e renderla ancora più cristallina, con la certezza di bere un’acqua decisamente più salutare rispetto quella dei boccioni. Inoltre il costo al litro dell’acqua di rubinetto è decisamente più basso rispetto qualsiasi altra fonte di approvvigionamento, ma i vantaggi non sono finiti qua. Si perché i dispenser acqua IWM per l’ufficio consentono di avere acqua fredda e calda in base alle proprie necessità, ma anche la possibilità di avere dell’acqua gasata o del ghiaccio a piacimento. Non solo un’acqua sicura e bilanciata dunque, ma soprattutto un’acqua personalizzata in base al gusto e alle abitudini di ciascuno.

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Pedrazzini Arreda | Cucine a Milano

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La cucina è uno degli ambienti più importanti di casa: a tavola ci si confronta, si sperimentano piatti nuovi, si fanno accomodare gli ospiti e si studiano nuove ricette. È probabilmente la zona della casa in cui trascorriamo la maggior parte del nostro tempo ed è per questo che teniamo così tanto al suo design, alla perfezione delle forme, dei colori nell’insieme ma soprattutto alla sua funzionalità. Rinnovare la cucina è un must per chi si rende conto di averne una non in grado di comunicare qualcosa di noi a chi viene a farci visita, magari anche poco pratica e ormai poco fruibile. La soluzione più adatta per una cucina bella da vivere e assolutamente personalizzabile è Pedrazzini Arreda, azienda che da 60 anni si occupa della vendita cucine Milano  ed è esclusivista di zona dei marchi Veneta Cucine e Arredo 3. Questa importante realtà del territorio offre una vasta selezione di modelli tra i quali poter scegliere, sia moderni che classici, e da visionare personalmente nello showroom recentemente rinnovato.

Tutte le cucine Pedrazzini Arreda sono personalizzabili a piacimento, in base al proprio gusto o abitudini. Sia i piani di lavoro dunque, così come le ante e gli elettrodomestici possono essere scelti sulla base delle preferenze individuali, per una cucina che sarà veramente personalizzata e quindi in grado di raccontare agli ospiti qualcosa di noi. Gli interior designer saranno in grado di mostrarvi una fedele anteprima della vostra nuova cucina, così come sarà all’interno di casa vostra, grazie ai più moderni programmi di progettazione tridimensionale. Sarete seguiti infine durante l’arco dell’intero processo realizzativo della vostra nuova cucina: dalle fasi di progetto a quella di assistenza alle imprese che si occuperanno di eventuali ristrutturazioni dei locali, dal trasporto al montaggio che sarà operato da montatori e falegnami con grande esperienza nel settore. Non ti rimane che visitare il nostro showroom sito in Via Leone Tolstoi 81 a San Giuliano Milanese , Milano.

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La produzione italiana a marzo crolla del -28,4%

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Nel mese di marzo 2020 la produzione industriale italiana ha segnato un crollo senza precedenti, tutti i principali settori produttivi hanno registrato variazioni tendenziali negative. Secondo le stime dell’Istat nel mese di marzo l’indice destagionalizzato della produzione industriale è diminuito del 28,4% rispetto a febbraio, mentre nel primo trimestre dell’anno il livello della produzione è sceso dell’8,4% rispetto ai tre mesi precedenti. Rispetto a marzo dell’anno precedente, poi, l’indice è diminuito per più del 29%. Tutti i principali settori di attività economica, sottolinea l’Istat, registrano flessioni sia tendenziali sia congiunturali, in molti casi di intensità inedite. Nella fabbricazione di mezzi di trasporto e nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori, ad esempio, la caduta congiunturale e tendenziale supera ampiamente il 50%.

Senza precedenti la caduta in termini mensili dell’indice destagionalizzato

A quanto afferma l’Istat è “senza precedenti anche la caduta in termini mensili dell’indice destagionalizzato”. A marzo infatti le condizioni della domanda e le misure di contenimento dell’epidemia di Covid-19 hanno determinato un crollo di tutta la produzione industriale italiana. Rispetto a marzo del 2019 l’indice corretto per gli effetti di calendario (ovvero 22 giorni contro 21 dello scorso anno), è diminuito del 29,3%  Ma la riduzione tendenziale secondo l’Istat risulta essere anche la maggiore della serie storica disponibile a partire dal 1990, e supera i valori registrati nel corso della crisi del 2008-2009.

La fabbricazione dei mezzi di trasporto è il settore più colpito

Se tutti i principali settori hanno registrato variazioni tendenziali negative le più rilevanti sono state quelle della fabbricazione di mezzi di trasporto, che hanno subito un arresto pari al -52,6%, le industrie tessili e l’abbigliamento, che sono calate del -51,2%, la fabbricazione di macchinari (-40,1%), e la metallurgia e la fabbricazione di prodotti in metallo (-37%). Il calo minore è stato registrato nelle industrie alimentari, bevande e tabacco, diminuite “solo” del -6,5%.

Essenziale l’afflusso di credito alle imprese con misure di sostegno a fondo perduto

Relativamente meno accentuato è infatti il calo nelle industrie alimentari, bevande e tabacco, che considerando la media degli ultimi tre mesi hanno mantenuto una dinamica tendenziale positiva, riporta Ansa.

“Riavviare l’economia è fondamentale nella seconda parte del 2020 e 2021 – ha commentato il direttore generale di Bankitalia Daniele Franco, intervistato nel corso dell’evento L’Italia genera futuro del Corriere della Sera -. È essenziale che il credito affluisca alle imprese e che vengano adottate misure di sostegno a fondo perduto e per rafforzare il capitale”.  

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#PlayApartTogether, la campagna anti Covid-19 per i gamer

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In questo momento di isolamento sociale i videogiochi consentono soprattutto i giovani di poter trascorrere il tempo libero in modo gratificante e contribuire al loro benessere psichico. I videogiochi sono infatti utili non solo a mantenere le connessioni tra le persone, ma anche a promuovere i messaggi chiave dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Per questo motivo l’Oms ha deciso di sostenere la campagna #PlayApartTogether, dedicata ai gamer e promossa da alcuni fra i principali rappresentanti del comparto videoludico.

L’emergenza coronavirus chiama tutti a fare la propria parte, anche l’industria dei videogames. E l’Accademia Italiana Videogiochi (Aiv) ha deciso di schierarsi al fianco dell’Oms per sostenere, insieme ai big del settore, il potere terapeutico dei videogame.

Diffondere le linee guida dell’Oms per rallentare la diffusione del virus

Utilizzando l’hashtag #PlayApartTogether, attraverso i video Youtube e le proprie pagine social, i leader di mercato, i gamer e tutti i player di spicco del comparto, si sono uniti per diffondere le linee guida dell’Oms utili a rallentare la diffusione del coronavirus, come ad esempio il distanziamento fisico, l’igiene delle mani e altre misure preventive.

“I videogiochi non riguardano solo il divertimento e l’intrattenimento, ma sono anche un mezzo per migliorare le capacità di apprendimento, la ricerca scientifica e le soluzioni creative – dichiara Luca De Dominicis, Presidente e Fondatore di Aiv -. La nostra missione in quanto accademia è quella di condurre i nostri studenti nella creazione di un prodotto che possa essere innovativo, coinvolgente e significativo”.

Seguire le regole, ma anche prendersi cura delle relazioni

“In tutto il mondo le persone si trovano ad affrontare una minaccia, che influisce sui nostri comportamenti sociali – continua De Dominicis -. Ci uniamo a tutti i giocatori grazie alla campagna #PlayApartTogether e incoraggiamo le persone di tutte le età a giocare online, rispettando le regole e i suggerimenti forniti dall’Oms e dai nostri governi per combattere la diffusione di Covid-19. È fondamentale che ognuno di noi rimanga a casa e segua le regole – puntualizza De Dominicis – ma è altrettanto importante prendersi cura delle proprie relazioni”. Le comunità di videogiochi e i giochi online sono una risorsa utile, perché rappresentano un collegamento tra le persone e un modo di socializzare e stare insieme.

Il ruolo dei videogames nella crisi sanitaria mondiale

Alla campagna #PlayApartTogether oltre ad Aiv e ai suoi ragazzi hanno aderito anche Activision, Twitch, Big Fish Games e Youtube Gaming, riporta Askanews. Un segnale forte che mira a sottolineare ancora di più il ruolo dei videogiochi, che in questo momento di grave crisi sanitaria servono a informare l’enorme platea mondiale dei giocatori sulle norme da seguire per la salute e la sicurezza, propria e degli altri. Oltre che a fungere da punto di contatto tra le persone in tutto il mondo.

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Covid-19, per il 75% delle aziende impatto rilevante

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Per il 75% dei manager e delle aziende italiane l’emergenza Coronavirus sta avendo un impatto rilevante. L’84% di loro ha annullato tutti i viaggi e le occasioni di lavoro che richiedono la presenza fisica (65%), e il 70% ha adottato lo smart working per tutti i lavoratori per cui è possibile, mentre il 23% ha chiuso spesso al pubblico. A fronte di un allentamento del blocco nel giro di 15-20 giorni il 75% dei manager vede un calo del fatturato, in particolare, il 38% del 5-10%, il 23% del 15-20%, e il 14% oltre il 30%. Emerge dall’indagine di AstraRicerche per Manageritalia, che dal 5 al 9 marzo ha raccolto l’opinione di 1.452 manager, un campione rappresentativo dei 25 mila dirigenti e 8.500 aziende del terziario privato.

L’andamento dell’economia a un anno è valutato come negativo

Secondo l’indagine, l’andamento dell’economia a un anno è valutato negativo per quella italiana (86%, 48% molto negativo), europea (77%, molto 16%) e globale (70%, molto negativo 11%). Per quanto riguarda l’andamento del proprio settore, questo è valutato negativamente per il 52% degli intervistati (molto negativo, 12%) e quello della propria azienda dal 45% (molto 7%).

Per reagire i manager puntano soprattutto su misure espansive, come sostegno alle vendite (46%), azioni di marketing (38%), sconti/promozioni (22%), riconsiderazione della strategia, con revisione di alcuni aspetti della catena del valore (36%) e della logistica (26%). E anche solo momentaneamente, del modello di business (25%), con una riconsiderazione dei mercati su cui puntare di più.

Opportunità di ampliare lo smart working una volta finita la crisi

Non mancano, anche se minoritarie, le misure restrittive. Si ipotizza infatti di intervenire sul personale bloccando le assunzioni (27%), e nel 22% dei casi interrompendo, anche solo momentaneamente, rapporti di lavoro a tempo determinato (20%) e a tempo indeterminato (7%). Il telelavoro è stato adottato da tante aziende (84%), anche se non per tutti i lavoratori. In molti casi (38%) ha riguardato anche persone che non lo avevano mai fatto prima. Solo nel 16% delle aziende non lo si è potuto fare, anche solo parzialmente. E tanti sono i manager che intravedono, una volta finita la crisi, l’opportunità di ampliarlo passando a un “vero” smart working.

Richieste misure eccezionali per favorire la ripresa dell’attività 

I manager chiedono a Manageritalia un dialogo con Governo e politica per discutere misure eccezionali per favorire la ripresa dell’attività (72%). Per farlo chiedono di costruire insieme con Manageritalia una piattaforma di ipotesi di lavoro per superare la crisi (48%). Chiedono anche supporto per chi dovesse perdere il lavoro e ricollocarsi (46%). Anche a livello informativo (38%) e formativo (22%) per gestire e superare la crisi. Negativo invece il giudizio sui media, insufficienti per il 77% e sufficienti solo per il 23% degli intervistati, e sull’opposizione parlamentare, insufficiente per il 68% e sufficiente per il 25% (l’8% non giudica).

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L’impatto del fintech sulle banche italiane

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Le banche che non si adatteranno al digitale rischiano di subirne l’impatto. La corsa alle tecnologie finanziarie potrebbe innescare un profondo cambiamento nel settore bancario italiano. Se buona parte delle banche italiane si sono adattate bene digitale, migliorando i propri processi interni e offrendo ai clienti soluzioni innovative, l’adozione su vasta scala dell’open banking potrebbe richiedere più tempo del previsto. Soprattutto a causa del conservatorismo della clientela, ancora affezionata ai servizi finanziari tradizionali. È quanto emerge da un rapporto di S&P sugli effetti del digitale sulle banche italiane, dal titolo Tech Disruption in Retail Banking.

Le grandi banche hanno maggiore capacità di investire nell’innovazione

Secondo il rapporto gli istituti di credito ancora restii verso il digitale e i servizi online nel breve periodo non corrono gravi rischi, ma l’impatto del fintech potrebbe essere molto duro su chi non riuscirà a stare al passo con l’innovazione e con un mercato digitale sempre più competitivo, riporta Agi.

“Per questo motivo prevediamo una crescente divergenza nel settore bancario italiano –  commenta Mirko Sanna, analista di S&P Global Rating -. Le grandi banche, con maggiori economie di scala, hanno una maggiore capacità di investire nell’innovazione digitale e migliorare la loro efficienza diversificando il loro flusso di ricavi”. Ma il digitale può essere un vantaggio nel breve periodo anche per gli istituti di credito più piccoli, che grazie a un modello di business più agile e leggero “potrebbero adattarsi rapidamente all’evoluzione delle preferenze dei consumatori – continua Sanna – sfruttando le opportunità offerte dall’open banking”.

Nuovi mercati e nuovi servizi attirano centinaia di migliaia di clienti

Il digitale ha aperto nuovi mercati anche nei servizi finanziari, e su queste nuove frontiere hanno cominciato a muoversi con successo servizi come quello offerto dall’italiana Satispay o dalla banca online N26, o da Revolut. Player capaci di attrarre centinaia di migliaia di clienti nei mercati in cui operano. Ed è proprio da questi servizi che può arrivare una minaccia alle banche tradizionali. Alcune banche hanno aperto alle startup fintech comprandone i servizi, o cercando di svilupparne di simili. Ma molte restano indietro, soprattutto per questioni culturali.

L’impatto della disruption aumenterà quando i giovani avranno accesso ai servizi finanziari

L’Italia è ancora indietro nell’uso dell’home banking, circa il 40% dei clienti ne fa uso, contro una media del 60% in Europa, così come per l’uso di servizi fintech. Ma per S&P questo è uno scenario destinato a cambiare, e in tempi rapidi. “Crediamo che l’impatto della disruption tecnologica aumenterà quando la popolazione più giovane avrà accesso ai servizi finanziari – si legge nel report-. Ci aspettiamo che questo cambiamento partito dai servizi di pagamento e di credito, due segmenti con cui tradizionalmente si cominciano a usare i servizi finanziari, coinvolga anche i risparmi e gli investimenti”.

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Acquisti sostenibili, un carrello da 6,2 miliardi di euro

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Il rispetto per l’ambiente sta diventando uno dei principali criteri di acquisto, e la sostenibilità è sempre più ricercata dai consumatori. Tanto che nel largo consumo, oggi vale 6,5 miliardi di euro (dati Nielsen). Il 36% degli italiani davanti allo scaffale è infatti portato a scegliere prodotti che limitano l’impatto generato sull’ecosistema e il 61% si dice disposto a modificare le proprie abitudini di spesa pur di ridurre gli effetti e le ricadute ambientali. Lo rileva l’Osservatorio Packaging del Largo Consumo di Nomisma, in collaborazione con Sin Life. Ma quando la spesa è veramente sostenibile? Per gli italiani la risposta risiede nelle caratteristiche del prodotto e della confezione, mentre per il 42% è sostenibile se proviene da agricoltura biologica, e per il 37% se è confezionato con materiali riciclati o a basso impatto ambientale.

Il ruolo del packaging

Se 1 italiano su 3 sceglie cosa acquistare sulla base delle informazioni presenti in etichetta il 27% e il 23% prende in considerazione il tipo di materiale utilizzato per l’imballaggio e le sue caratteristiche. Ma è importante anche l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili in fase di produzione (31%) e la garanzia di un giusto reddito ai lavoratori (24%). Quando poi la sostenibilità è collegata a una certificazione, il riconoscimento del consumatore è indiscutibile (+27% i prodotti con certificazione Utz, +11% il Fairtrade, +8% i prodotti a marchio Friends of the Sea, +7% il biologico).

La marca del distributore

La marca del distributore (Mdd) rappresenta un valido strumento per sensibilizzare i consumatori sui temi della sostenibilità (48%) e stimolare l’individuazione di packaging sostenibili. A pensarla così è il 53% della filiera dei copacker (società che confezionano prodotti per i propri clienti) partner della Mdd. Secondo la ricerca, 7 Mdd partner su 10 hanno già iniziato il processo di riduzione degli eccessi di imballaggio, e un ulteriore 60% ha avviato il processo di introduzione di packaging 100% riciclabili. Il 56% delle aziende, riporta Adnkronos, ha provveduto alla sostituzione di packaging in plastica su alcune linee di prodotto, ma ancora il 30% dei prodotti disponibili sugli scaffali è confezionato in plastica rigida, e solo il 4% dei plastic pack comunica sulla confezione la riciclabilità degli involucri.

L’impegno delle aziende

Dall’Osservatorio Nomisma emerge poi come il 35% dei consumatori valuti insufficiente l’impegno delle aziende nella riduzione dell’impatto ambientale della confezione dei prodotti, e un altro 62% giudica quanto messo in campo finora appena sufficiente. I consumatori cercano imballaggi più sostenibili, ma il 41% non è disposto a pagare di più, e a questi si aggiunge un ulteriore 26% che dichiara una disponibilità molto bassa a sostenere un differenziale. Questo perché per il 99% degli intervistati è un dovere dell’industria dei retailer l’impegno a proporre packaging a minor impatto ambientale.

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Arriva l’app acchiappabulli contro bullismo e cyberbullismo

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L’ultima novità sul tema del bullismo è la creazione di una app dal nome BullyBuster, letteralmente Acchiabulli. Si tratta di un’app nata dal progetto di quattro atenei che hanno voluto intervenire contro questo fenomeno sociale con una modalità innovativa, molto diversa da quelle fino a oggi adottate. Al progetto, finanziato dal Miur, hanno partecipato quattro università italiane, la Federico II di Napoli come ateneo capofila, l’Università di Foggia, l’Università Aldo Moro di Bari, e l’Università di Cagliari.

Quattro atenei contro un problema sociale

Il fenomeno del bullismo e del cyberbullismo è un vero e proprio problema sociale, che spesso condiziona la vita di chi subisce violenze fisiche e verbali. Nonostante le pene per chi commette azioni di questo tipo siano state inasprite, purtroppo il fenomeno non accenna a diminuire. Per questo motivo i quattro atenei hanno cercato di trovare un nuovo strumento che possa contribuire ad agire in maniera efficace.

Si tratta di un’app che affronta questo fenomeno con un approccio differente rispetto al passato, sia attraverso l’osservazione diretta dei protagonisti sia applicando metodi giuridici, investigativi, informatici e scientifici, al fine di isolarne quindi anche le fonti di propagazione.

Segnalare i fenomeni in tempo reale

Il progetto dei quattro atenei prevede lo sviluppo di una app specifica, con la quale sarà possibile segnalare i fenomeni in tempo reale creando una sorta di registro di classe che metta in “rete” le azioni e i responsabili di atti di bullismo e cyberbullismo. E quindi condividere azioni sospette, profili, e grado di pericolosità. BullyBuster si pone quindi come obiettivo la lotta a tutte le forme di bullismo usando le più sofisticate e moderne tecnologie di intelligenza artificiale, che permetteranno di rilevare atti e situazioni in cui avviene, come ad esempio una piazza, una scuola, una strada o qualsiasi ambiente, reale o virtuale.

Un progetto finanziato dal Miur nell’ambito dei Progetti di rilevante interesse nazionale

Il progetto è stato finanziato dal Miur nell’ambito dei progetti PRIN – Progetti di rilevante interesse nazionale, ovvero quelli ammessi a liquidazione dopo analisi scientifica e verifica dell’utilità sociale dei contenuti. Al termine dell’attuazione del progetto aderirà anche la Polizia Postale, che metterà a disposizione degli specialisti la propria esperienza e i propri mezzi di intervento. Insomma, la lotta al bullismo e al cyberbullismo si sta evolvendo, e cerca di adeguarsi anche ai nuovi strumenti che oggi utilizzano i bulli stessi, soprattutto quando il fenomeno interessa la rete.

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Dalla chirurgia ai filtri nei selfie il nostro volto va verso l’omologazione

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Dalle possibilità della chirurgia estetica per appianare rughe, tirare su il mento, rimpolpare zigomi e labbra a quelle digitali applicate ai social, con i filtri sulle foto che correggono le imperfezioni e ci fanno più belli. Ma del nostro viso cosa resta? Se l’immagine è quella di volti perfetti, che correggono artificialmente i contorni reali, dove risiede la nostra autenticità? Siamo immersi in una cultura della perfezione, ma in un mondo di diversità. E i canoni di bellezza contemporanei, fortemente segnati dal conformismo, ci spingono verso l’omologazione dei tratti.

Una faccia artificiale per fermare lo scorrere del tempo

Nel presente delle relazioni digitali deviare da questi canoni comporta l’esclusione dai trend sociali. Fotoritocco massiccio sui social network e in pubblicità, influencer digitali indistinguibili da quelli reali, androidi dai tratti sempre più antropomorfi e potenziati da un’intelligenza artificiale sempre più raffinata. Fenomeni che hanno portato nella vita privata e sociale un incontro quotidiano e costante con facce artificiali. Facce molto diverse tra loro, ma accomunate da un obiettivo irraggiungibile, quello di fermare lo scorrere del tempo, riporta Ansa. Ma cosa comportano le trasformazioni in atto per le relazioni interpersonali e la società? Quale ricaduta hanno sulle nostre vite? La scomparsa del “vecchio” volto sarà senza conseguenze per la collettività?

La rimozione del vecchio, la robotica e l’autopercezione di sé

La rimozione del vecchio, sia come concetto sia come manifestazione concreta, e le conseguenti manipolazioni per far apparire eterno il presente, fa entrare in gioco anche l’antico sogno di creare nostri simili, esseri dotati di intelligenza, coscienza ed emozioni. Videografica, robotica, chirurgia, e fotoritocco dilagano. Ma cosa significano queste presenze artificiali per le relazioni interpersonali e per l’auto-percezione di sé? Quale ricaduta ha sulle nostre vite la manipolazione del volto, ciò che ci rende unici e che fa di noi delle persone? L’esperienza perturbante dell’Uncanny Valley, come provato dagli studi di robotica in Giappone, produce inquietudine in chi si trova di fronte a volti molto simili agli umani, ma che umani non sono, come androidi e creazioni della videografica.

Avviare una riflessione urgente sul tema dell’unicità del volto

In questione non c’è la libera scelta individuale, “ma il fatto che esperienze così complesse avvengano senza una consapevolezza diffusa – spiega Lorella Zanardo autrice del documentario Il Corpo delle donne -. Non si tratta pertanto di emettere giudizi, ma di avviare una riflessione urgente perché il volto umano è il luogo dove il senso di esistere si manifesta. Prenderne coscienza è quanto mai necessario”.

Per questo motivo, insieme a Cesare Cantù e in collaborazione con la Fondazione Il Lazzaretto, Lorella Zanardo è impegnata nel progetto Volto Manifesto, un progetto che si pone come obiettivo “stimolare una riflessione aperta sulla trasformazione del volto nell’era digitale – aggiunge l’esperta – invitando a un dialogo collettivo e condiviso sul tema dell’unicità del volto”, e del ruolo che riassume nelle relazioni umane e nella società. 

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Fuga di giovani dall’Italia: manca il lavoro, e si riapre il gap Nord Sud

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I giovani non vogliono stare in Italia, e continuano ad andarsene. Soprattutto i laureati, o chi ha elevati livelli di istruzione. Di fatto, il saldo migratorio verso l’estero ha raggiunto 50mila giovani nel Centro-Nord e 22mila nel Sud. Dal 2000 hanno lasciato il Mezzogiorno 2.015 mila residenti, di cui la metà giovani fino a 34 anni e quasi un quinto laureati. Ma da quanto emerge dal Rapporto Svimez 2019 il Nord Italia non è più tra le locomotive d’Europa. Alcune regioni dei nuovi Stati membri dell’Est superano per Pil molte regioni ricche italiane, avvantaggiate dalle asimmetrie nei regimi fiscali, nel costo del lavoro e in altri fattori che determinano ampi differenziali regionali di competitività.

Il Sud perderà 5 milioni di persone e quasi il 40% del Pil

Secondo il rapporto, per effetto della rottura dell’equilibrio demografico (bassa natalità, emigrazione di giovani, invecchiamento della popolazione) il Sud perderà 5 milioni di persone e, a condizioni date, quasi il 40% del Pil. Solo un incremento del tasso d’occupazione, soprattutto femminile, può spezzare questo circolo vizioso. Per la Svimez, quindi, bisogna tornare a una visione unitaria della stagnazione italiana, smarcandosi dalla lettura dell’aumento delle disuguaglianze esclusivamente legata al confine immutabile tra Nord e Sud, riporta Adnkronos. Per questo motivo vanno valorizzate le complementarità che legano il sistema produttivo e sociale delle due parti del Paese.

Si riapre il divario fra il Centro-Nord e il Mezzogiorno

Nell’ultimo decennio il gap occupazionale tra Sud e Centro-Nord è aumentato dal 19,6% al 21,6%. I posti di lavoro da creare per raggiungere i livelli del Centro-Nord sono quindi circa 3 milioni. Anche perché la crescita dell’occupazione nel primo semestre del 2019 riguarda solo il Centro-Nord (+137.000), cui si contrappone il calo nel Mezzogiorno (-27.000). Al Sud aumenta inoltre la precarietà, che si riduce nel Centro-Nord, e riprende a crescere il part-time (+1,2%), in particolare quello involontario, che nel Mezzogiorno si riavvicina all’80% a fronte del 58% nel Centro-Nord. Stando al rapporto, la riapertura del divario Centro-Nord Mezzogiorno riguarda anche i consumi (+0,2%), ancora al di sotto di -9 punti percentuali nei confronti del 2018, rispetto al Centro-Nord, dove crescono del +0,7%.

La vera sfida è un’attuazione ordinata del federalismo fiscale

Per colmare il deficit infrastrutturale, secondo la Svimez, le richieste di regionalismo differenziato vanno valutate nel contesto di un’attuazione organica e completa del nuovo Titolo V. Secondo Svimez, in quest’ottica il confronto sulla valorizzazione delle autonomie e la riduzione delle disuguaglianze va depurato dalle scorie rivendicazioniste provenienti da Nord e da Sud. E va riportato sui temi nazionali della qualità delle politiche di offerta dei servizi pubblici, e su quelle necessarie per la ripresa della crescita. La vera sfida, sottolinea l’associazione, è un’attuazione ordinata del federalismo fiscale. Una sfida basata sulla definizione dei costi standard e dei Lep (Livelli essenziali delle prestazioni) al fine di assicurare pari diritti di cittadinanza, e un Fondo perequativo per colmare il deficit infrastrutturale.

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Dal 2008 più occupati, ma più lavoro a tempo determinato

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Nel secondo trimestre del 2019 il numero di occupati supera il livello dei corrispondenti tre mesi del 2008, crescendo di 283mila unità. Secondo uno studio della fondazione Di Vittorio (Cgil) cambia tuttavia la composizione dell’occupazione: i dipendenti full time a tempo indeterminato nello stesso periodo calano di 544mila unità, così come calano gli indipendenti, che diminuiscono di 581mila unità nel tempo pieno e di 51mila nel part time. Tra i lavoratori dipendenti crescono invece sia i part time (+732mila a tempo indeterminato e +385mila a termine) sia i contratti a tempo determinato, che aumentano di 726mila unità in totale, e di cui circa il 50% è ricompreso nel part time.

Peggiora sensibilmente la qualità dell’occupazione

Se si prendono in esame le tipologie di lavoro, la qualità dell’occupazione, nonostante la variazione positiva dello stock di occupati, peggiora sensibilmente, anche per le caratteristiche di involontarietà che la contraddistinguono. Lo conferma il fatto che nel secondo trimestre 2019 le ore lavorate siano ancora inferiori al dato dei secondi tre mesi del 2008 (-5,1%). Il calo è maggiore tra gli indipendenti (-14,1% di ore lavorate), che risentono di una contrazione anche nel numero assoluto di occupati. Ciò nonostante la quota di occupati indipendenti in Italia è pari al 23%, contro meno del 15% nell’Eurozona.

Il part time involontario prosegue la sua crescita e arriva al 64,8%

Per il lavoro dipendente lo scarto residuo è del -0,8%, in presenza però di un numero decisamente maggiore di occupati rispetto al 2008 (oltre 900mila). Quindi, con un consistente minor numero di ore effettive pro capite, mentre dovrebbero essere più alte. Questo per effetto dell’aumento del part time e per vuoti di attività legati al tempo determinato. E se la percentuale del part time è leggermente inferiore alla media dell’Eurozona in Italia è nettamente più alta la percentuale di part time involontario. Che nel 2019 prosegue la sua crescita, arrivando nel secondo trimestre al 64,8%, pari a 2,9 milioni di occupati.

Cala il tasso di disoccupazione, ma resta più alto della media Eurozona

Questo utilizzo di part time e tempo determinato involontario è plausibilmente utilizzato da una parte di imprese al fine di rendere i costi competitivi, facendo crescere la quota di lavoro povero nell’occupazione. Al basso tasso di occupazione italiano, sottolinea la fondazione Di Vittorio, corrisponde un tasso di disoccupazione in calo, ma che resta più alto della media dell’Eurozona, riferisce Askanews. Di conseguenza, in Italia il tasso di inattività al secondo trimestre 2019 è del 34%, +7,6 punti percentuali rispetto all’Eurozona.

Si tratta di circa 13 milioni di persone, di cui circa il 70% dichiara esplicitamente di non essere interessato a lavorare, e tra cui si cela una quota di disoccupazione nascosta.

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Cuneo fiscale, quanto incide sui salari italiani ed europe

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Secondo il rapporto dell’Ocse Taxing Wages 2019 in Italia nel 2018 il cuneo fiscale era pari al 47,9%, la terza percentuale più alta tra i Paesi dell’Ocse. In pratica, considerando la busta paga di un lavoratore medio, pari a circa 30 mila euro lordi, su 100 euro lordi l’anno scorso il netto era di 52,1 euro. Quasi la metà.

Ma cos’è il cuneo fiscale? Il Tax wedge (in inglese) è definito dall’Ocse come il rapporto tra l’ammontare delle tasse pagate da un singolo lavoratore medio e il corrispondente costo totale del lavoro per il datore. Nella definizione oltre alle tasse in senso stretto sono compresi anche i contributi previdenziali.

Quindi se per un datore il costo del lavoratore è pari a 100, il cuneo fiscale rappresenta la porzione di quel costo che non va nelle tasche del dipendente, ma nelle casse dello Stato.

Il sistema pensionistico italiano

Nel caso dei contributi i soldi raccolti dallo Stato vengono poi restituiti al lavoratore sotto forma di pensione. Ma, come spiega l’Inps, nel nostro sistema “a ripartizione” sono i lavoratori attualmente in attività a pagare le pensioni che vengono erogate oggi. In pratica, riporta Agi, il pensionato non incassa quanto lui stesso ha versato nel corso della vita lavorativa: non ha un conto personale e separato presso l’Inps.

Sul podio del cuneo più “pesante” Belgio, Germania e Italia

Il rapporto dell’Ocse contiene anche una classifica dei suoi Stati membri in base al peso del cuneo fiscale. Considerando che la media Ocse è del 36,1% nel 2018 l’Italia è terza in classifica, con il 47,9% di cuneo fiscale. Davanti al nostro Paese si posizionano la Germania, con il 49,5%, e il Belgio, primo in classifica, con un cuneo fiscale e contributivo pari al 52,7%. Subito sotto al podio si trova la Francia, con il 47,6%, a pari merito con l’Austria, seguite da Ungheria, Repubblica Ceca, Slovenia, Svezia, Lettonia e Finlandia.

Il Regno Unito è il Paese europeo membro Ocse con il cuneo fiscale minore

Gli altri Stati comunitari grandi e medio-grandi si posizionano molto più in basso nella classifica: la Spagna è sedicesima con il 39,6%, la Polonia ventesima con il 35,8%, e il Regno Unito ventitreesimo. Con il 30,9% poi il Regno Unito è tra i Paesi Ue anche membri dell’Ocse quello con il cuneo fiscale minore.

In fondo alla classifica dell’Ocse non si trova nessuno Stato dell’Unione europea. La percentuale più bassa è infatti attribuita al Cile, con appena il 7% di cuneo fiscale, e davanti, ma staccati per più di 10 punti percentuali, Nuova Zelanda (18,4%) e Messico (19,7%).

Degli Stati europei, ma non Ue, quello con la percentuale più bassa è la Svizzera, con un cuneo fiscale del 22,2%.

Gli Stati Uniti, infine, hanno un cuneo pari al 29,6%.

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