Italiani ai fornelli, ecco i piatti del cuore e la fonte delle ricette

Si sa, gli italiani sono amanti della buona tavola. Ma sono anche appassionati di fornelli e, appena possono, si dilettano a cucinare. Ma dove si recuperano le ricette più golose o curiose, da replicare sulla propria tavola? A questa domanda risponde l’Osservatorio Nestlé, che esplora il mondo delle ricette e svela le nuove abitudini di ricerca in un mondo che cambia velocemente ma non riesce ad eliminare l’emozione dei ricettari tramandati in famiglia. Le preparazioni più gettonate non sempre parlano di elaborazioni complesse ma al contrario di piatti apparentemente semplici.

I piatti più cercati su Internet

E’ facile pensare che per scovare la ricetta del piatto del cuore si ricorra solo e soltanto al web. Certo, basta un clic e si trova subito davvero tutto. Però, quando si tratta di cucina, non è sempre così. L’Osservatorio ha perciò sondato quali siano le fonti da cui trarre spunto o ricette da preparare a casa, evidenziando anche diversi aspetti curiosi, compresa la classifica delle ricette più cercate. Molte e fantasiose le nostre fonti capaci di semplificare la preparazione di un piatto complesso. Eppure, quelli più cliccati negli ultimi 12 mesi, secondo Google Trends, sarebbero stranamente i piatti più semplici, quelli che avremmo potuto imparare persino da soli. Il primo posto va a quelli di pasta (in ordine, alla boscaiola, con peperoni e pasta e fagioli), al secondo posto la torta di pere, al terzo posto i pancake, al quarto le crepes, al quinto posto la pizza. Al sesto posto una ricerca curiosa: quella dei biscotti ma non quelli appetitosi come comunemente intendiamo, bensì i biscotti Squid Game di solo zucchero e bicarbonato, dalla serie tv coreana direttamente al forno. 

Non solo Google

La nostra esperienza gastronomica si snoda solo attraverso Google? E come facevamo quindi prima? Lo studio dell’Osservatorio Nestlé conferma che il 95% degli italiani ricorre ad almeno una fonte online e il 67% utilizza almeno un social media per cercare ispirazione per le ricette. Internet con Google guida le nostre ricerche (56%), fra i social media Youtube spicca fra tutti (46%). Ma ad ognuno la sua (fonte): i 18-24enni (58% e… sì, scopriamo che anche loro cercano ricette!) e i 25-34enni (49%) si affidano soprattutto ad Instagram, la fascia 35-44 anni (58%) attinge soprattutto dai siti web o dai blog di appassionati di cucina; i 45-54enni (43%) preferiscono i tutorial su Youtube. Ed è tra gli over 55 (53%) che spicca una particolare predilezione per i ricettari di famiglia, una tradizione portata avanti nel tempo anche dopo il boom di tutte le fonti online. Ma la nostra vita prima dell’avvento dei social network non era però così priva di risorse: il 62% godeva ancora del buon odore della carta stampata prendendo spunto principalmente dai libri di cucina e il 52% anche dai ricettari di famiglia, quelli tramandati di generazione in generazione. Il 46% cercava direttamente la ricetta attraverso Internet, il 35% attraverso trasmissioni televisive dedicate e il 34% si affidava alle ricette lette sui giornali o acquistava direttamente le riviste dedicate alla cucina.

In Italia ancora indietro per Gender equality, serve un cambiamento culturale

L’Italia presenta ancora un divario di genere nel mondo del lavoro. Lo confermano i dati contenuti in un’indagine realizzata da EY insieme a Swg. Solo l’1,7% delle donne ricopre il ruolo di ad in società quotate, e solo lo 0,7% nelle banche. Anche in altri settori, complice la crisi economica legata alla pandemia, il gender gap è cresciuto ulteriormente.
“Con la pandemia abbiamo assistito all’emergere di nuovi fenomeni che hanno trasformato profondamente il mondo del lavoro – dichiarano Carlo Majer ed Edgardo Ratti, co-managing Partner di Littler Italia -. Basti pensare alla fase pandemica e post-pandemica, dove moltissime donne hanno scelto di lasciare il mercato del lavoro o comunque di ridurre le proprie ore”.

Un riconoscimento formale alle aziende virtuose

Negli ultimi decenni, però, la parità di genere ha mostrato una progressiva evoluzione, con alcuni esempi di donne in ruoli di comando a livello istituzionale. Qualche passo in avanti è stato compiuto, e la legge 162/2021 può rappresentare una svolta rivoluzionaria all’interno delle aziende, offrendo uno strumento concreto per incentivarle a valorizzare la leadership femminile e ridurre i gender gap.
“La certificazione di parità – spiega Alessandro De Palma, partner del dipartimento labour di Orsingher Ortu – prevede un riconoscimento formale alle aziende virtuose, che possano dimostrare politiche e misure concrete adottate, in particolare, per ridurre il divario di genere in relazione alle opportunità di crescita in azienda, alla parità salariale e alla tutela della maternità. Queste aziende potranno usufruire di sgravi contributivi, nel limite massimo di 50.000 euro annui, e punteggi premiali nell’ambito di appalti pubblici”.

Nuove generazioni di donne traghettano nel futuro l’impresa di famiglia

“Per la prima volta è stato introdotto uno strumento pragmatico che possa stimolare i datori di lavoro ad adottare politiche e azioni volte a ridurre la disparità di genere, e auspichiamo che tale novità legislativa, insieme ai fondi messi a disposizione, possa fornire una spinta positiva all’intero sistema-Paese”, aggiunge De Palma.
Se la finanza e la tecnologia sono alcuni settori in cui rimangono ancora oggi gli stereotipi di genere, negli ultimi anni, soprattutto all’interno delle multinazionali, è cresciuto l’impegno a favore di percorsi di carriera aperti. Ma non solo. Sono soprattutto le nuove generazioni di giovani donne che riescono a costruire un legame di valore tra tradizione e innovazione per traghettare nel futuro l’impresa di famiglia.

Un concetto tutt’altro che acquisito nella coppia

Tuttavia, per arrivare a una radicale trasformazione, anche strutturale, verso una reale parità di genere, è necessario avviare un cambiamento culturale, che parte da un equilibrio di potere all’interno della coppia.
“Nella mia esperienza di terapeuta – spiega Amanda Zanni, psicoterapeuta di coppia di Santagostino – osservo costantemente come la parità di genere sia un concetto tutt’altro che acquisito nella coppia, e quanto, nonostante le premesse raccontate, l’appartenenza di genere spesso ancora definisca implicitamente le aspettative e i ruoli assegnati al partner”.

Educational Technology: un mercato in crescita con qualche criticità

L’EdTech è l’insieme delle soluzioni a supporto del processo educativo abilitato da tecnologie hardware a software, volto a massimizzare la qualità dell’esperienza di apprendimento. In Italia le imprese investono circa il 47% del proprio budget allocato alla formazione in digital learning, ma ai vantaggi derivanti dalla flessibilità della fruizione, emergono ancora criticità rispetto all’onerosità degli investimenti necessari. Per l’86% delle scuole gli investimenti futuri in tecnologie digitali costituiscono un obiettivo strategico, percentuale che si abbassa al 77% nelle università italiane. Sono alcuni dati dell’Osservatorio EdTech della School of Management del Politecnico di Milano.

Per il 35% delle scuole l’investimento economico in EdTech è troppo oneroso

In Italia sono le tecnologie tradizionali a supportare ormai a tutti gli effetti il processo di apprendimento degli istituti scolastici. Prevale l’utilizzo del registro elettronico (99%), seguito da lavagne interattive e videoproiettori (93%) e dalle piattaforme per la gestione dell’aula a supporto della didattica digitale integrata (79%). Come benefici percepiti emerge soprattutto il miglioramento dell’efficienza dei processi amministrativi (87%), mentre la maggiore criticità rilevata risiede nelle competenze dei docenti (54%) e del personale amministrativo (42%). Quasi la metà delle scuole ritiene che sia i docenti sia il personale amministrativo non abbiano le competenze necessarie per utilizzare correttamente gli strumenti digitali. Il 35% delle scuole, inoltre, indica l’investimento economico in EdTech troppo oneroso.

Un obiettivo strategico per il 77% delle università

Sono ancora poche le scuole italiane che utilizzano tecnologie più avanzate come software per la creazione di contenuto all’interno di laboratori, learning app e gaming, realtà virtuale/aumentata o AI. Per quanto riguarda le prospettive di sviluppo dei prossimi due anni gli investimenti in tecnologie digitali riguardano soprattutto laboratori di coding e robotica (57%), lavagne/pannelli interattivi, videoproiettori e realtà virtuale/aumentata.
La trasformazione digitale dell’esperienza educativa è un obiettivo strategico per il 77% delle università italiane, che però investono solo il 5% del totale dei proventi in soluzioni di Educational Technology. Nei prossimi 3-5 anni, le università puntano a investire principalmente in learning app e gaming, AI e blockchain.

Investimenti delle imprese e offerta delle start-up

Il 59% delle start-up EdTech offre soluzioni tecnologiche a supporto della formazione, mentre la restante parte si divide tra l’erogazione di contenuti e le soluzioni di finanziamento per studenti e individui. La maggior parte delle start-up eroga la propria offerta attraverso piattaforme online, con cui vengono messi a disposizione diversi contenuti formativi (videopillole, attività interattive e videolezioni). Da parte delle imprese che ne usufruiscono, tra i maggiori benefici il più indicato è la flessibilità di fruizione (83%), oltre l’innovazione e la creazione di nuovi prodotti formativi, la facilità di estensione delle possibilità di apprendimento, il contenimento dei costi nell’erogazione della formazione e il miglioramento della qualità dell’offerta formativa. Dal punto di vista delle criticità, emerge soprattutto l’onerosità dell’investimento (42%). 

Head hunting, come le aziende possono trovare le risorse ideali

Cosa deve fare un’azienda per trovare il candidato ideale che possa ricoprire una posizione aperta? Quali sono gli aspetti da considerare affinché la ricerca sia il più mirata, produttiva e veloce possibile? A queste questioni, particolarmente delicate nella vita aziendale, risponde Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, società internazionale di head hunting specializzata nella selezione di personale qualificato e nello sviluppo di carriera. Innanzitutto,  le aziende che desiderano assumere le risorse ideali devono puntare al miglioramento delle candidature. Ad esempio uno studio effettuato alcuni anni fa da Lever, una società che realizza e gestisce un software per la ricerca e la selezione del personale, ha dimostrato che in media un’impresa con meno di 200 dipendenti deve analizzare 86 candidature prima di trovare il candidato adatto all’assunzione. Per arrivare a questo dato Lever ha preso in esame 1,5 milioni di candidature e 15mila assunzioni effettuate da 600 aziende diverse. Dall’esterno potrebbe stupire che, a fronte di un annuncio di lavoro realizzato in modo preciso, sia necessario prendere in considerazione un così alto numero di candidati. Ma va detto che il dato è ancora più alto nel caso di aziende più grandi (con oltre 200 dipendenti),  che in media devono passare in rassegna 100 persone prima di trovare il candidato giusto.

La selezione e i rifiuti

Bisogna poi sottolineare il fatto che solitamente viene contattato per un colloquio solamente il 17% dei candidati, ma anche che il 31% delle persone che ricevono un’offerta di lavoro finisce per rifiutarla (le percentuali sono particolarmente alte nel caso di ingegneri e manager). Insomma, il lavoro di ricerca e di selezione del personale è mediamente lungo e non privo di ostacoli. Le aziende, nel momento in cui desiderano inserire un nuovo talento, devono quindi prepararsi mentalmente e non solo a dover analizzare molte persone per un’unica offerta di lavoro, senza meravigliarsi troppo di dover interagire con tantissimi candidati prima di considerare chiusa la ricerca.

Come organizzare la ricerca

“È fondamentale prima di tutto organizzare al meglio la ricerca, a partire dalla realizzazione di un annuncio di lavoro particolarmente dettagliato, che vada quindi a richiamare l’attenzione delle sole persone che realmente possono ricoprire quel ruolo. Un dettaglio omesso in un annuncio può trasformarsi in una valanga di curricula non desiderati” spiega l’head hunter. Tra l’altro i processi di ricerca e selezione del personale efficaci partono molto prima dell’effettivo bisogno di una risorsa e quindi “Un’azienda che può vantare un buon  employer brand, e che quindi negli anni ha costruito e sviluppato una buona strategia per risaltare le proprie qualità come datore di lavoro avrà meno difficoltà nel trovare il talento perfetto da assumere” precisa l’esperta. C’è anche il caso, non così raro, in cui il collaboratore ideale è lì fuori alla ricerca di una nuova occupazione. “Molto spesso la persona che si cerca rientra nell’enorme gruppo dei candidati passivi, ovvero tra le persone che non stanno cercando attivamente un lavoro” averte la professionista. “Anche per questo motivo affidarsi a una società di head hunting permette di aumentare le probabilità di trovare la figura perfetta da inserire nel team”.

Industria lombarda: dati positivi per il primo trimestre 2022

Dati positivi per l’industria lombarda nel primo trimestre 2022: emerge dalle elaborazioni del Servizio Studi della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. In particolare, il quadro delineato nel primo trimestre dell’anno per Milano registra un aumento congiunturale della produzione industriale e del fatturato (+1,7% e +4,3% destagionalizzato) rispetto al quarto trimestre 2021, superiore al fatturato lombardo, che cresce del +1,7% destagionalizzato. Anche per gli ordini interni la progressione congiunturale è più marcata per l’industria milanese rispetto alla manifattura lombarda, con, rispettivamente, una crescita del +3,9% e +2,7% destagionalizzato. Così anche gli ordini esteri, per i quali la performance milanese risulta migliore, rispettivamente +5,9% e +4% destagionalizzato.

Produzione: a Milano +9,6% tendenziale

Quanto all’analisi tendenziale, il primo trimestre 2022 ha consentito alla produzione dell’area metropolitana milanese di crescere del 9,6% in un anno, ma inferiore al dato lombardo (+10,7%).
Se si considera la crescita netta del fatturato, sempre raffrontata al primo trimestre 2021, l’aumento è del 19,1%, sia a livello regionale sia locale. In relazione al portafoglio ordini, si registra un livello superiore a quello relativo al primo trimestre 2021 (+19,1% in un anno), con performance migliore rispetto alla manifattura lombarda (+16,8%). I mercati interni milanesi hanno ripreso la crescita in modo più incisivo (+19,4%) rispetto alla componente estera (+18,5%).

Monza e Brianza: fatturato a +1,2% congiunturale

Prosegue la crescita congiunturale per Monza e Brianza: il primo trimestre 2022 fa registrare un aumento rispetto al quarto trimestre 2021 sia della produzione industriale (+2,7% destagionalizzato), sia del fatturato (+1,2% destagionalizzato), così come le commesse acquisite dai mercati interni (+3,4% destagionalizzato) ed esteri (+1,1%). La crescita tendenziale della capacità produttiva colloca i volumi prodotti a un livello superiore rispetto al primo trimestre 2021 (+13,3%), e al dato lombardo (+10,7%). Nello stesso periodo, i dati della manifattura brianzola per fatturato (+18,1%) sono inferiori al dato lombardo (+19,1%). Sempre rispetto al primo trimestre 2021, il portafoglio ordini del manifatturiero brianzolo evidenzia un incremento reale inferiore a quanto registrato in Lombardia (rispettivamente +15,1% e +16,8%).

Lodi: primi tre mesi 2022 ordini interni a +1,5%

Nel primo trimestre 2022 prosegue anche per Lodi la crescita congiunturale. Soprattutto grazie a un aumento rispetto al quarto trimestre 2021 della produzione industriale (+0,5% destagionalizzato), accompagnato dalla crescita del fatturato (+1,9% destagionalizzato) e dalle commesse acquisite dai mercati interni (+1,5% destagionalizzato). Gli ordini esteri risultano però in calo del -1,5%. Nel primo trimestre 2022 rispetto all’anno precedente, si verifica un trend di crescita per produzione, fatturato e ordini. Relativamente all’analisi tendenziale, raffrontata al primo trimestre 2021, la crescita della produzione si attesta a +6,4%, performance peggiore rispetto al dato lombardo (+10,7%).
In relazione al fatturato, nel confronto con il primo trimestre 2021, il recupero si attesta a +13,8%, inferiore al dato regionale. E in un anno gli ordini crescono del 9,5%, rispetto al 16,8% lombardo.

Com’è il sentiment dei consumatori italiani dopo due anni di pandemia?

Voglia di benessere, di ritornare alla socialità, ma anche timori legati all’inflazione e all’aumento dei prezzi. Con la casa che, ancora, resta un po’ il centro della vita non solo personale. In 24 mesi di pandemia molte cose sono cambiate, come evidenzia il Consumer Tracker di Deloitte. “In due anni di pandemia le priorità e le abitudini dei consumatori italiani sono molto cambiate: benessere personale, sostenibilità ambientale e ricerca di una nuova quotidianità improntata al work-life balance sono sempre più importanti per gli italiani. La diffusione del lavoro da remoto, invece, ha spostato molte attività di consumo in casa e ha creato nuove abitudini che potrebbero rimanere anche dopo la pandemia. Sullo sfondo, molto significativa la preoccupazione per i prezzi in crescita: mentre gli italiani stanno progressivamente tornando alla socialità pre-Covid, la paura dell’inflazione riguarda ben 3 italiani su quattro. Per le aziende che operano in ambito consumer è importante comprendere e intercettare questi cambiamenti per potere essere proattive nell’implementare soluzioni che rispondano ai nuovi bisogni dei consumatori”. Lo afferma Andrea Laurenza, Consumer Industry Leader di Deloitte, nel commentare gli ultimi dati del rapporto, rilevati a febbraio 2022. Con un monitoraggio permanente sulle principali abitudini dei consumatori, il Consumer Tracker di Deloitte indaga le abitudini di consumo di più di 20.000 consumatori in 23 paesi nel mondo. Qualche dato in sintesi: il 45% dei consumatori ha dichiarato di essere alla ricerca di un cambiamento personale e il 41% vuole dare priorità al proprio benessere. Mentre i consumi fuori casa cominciano a risalire, il 75% è preoccupato per l’aumento dei prezzi.

Italiani alla ricerca della work-life balance

Oggi, rispetto a due anni fa, gli italiani hanno dichiarato di sentirsi molto più concentrati sui cambiamenti in atto nella sfera personale. Secondo i dati del Consumer Tracker, infatti, il 45% degli intervistati ha dichiarato di essere alla ricerca di un cambiamento personale, dando priorità al proprio benessere (41%). In linea con questo nuovo atteggiamento, il 45% degli italiani dichiara che negli ultimi 12 mesi ha preferito ridurre gli oggetti e beni materiali in proprio possesso. Inoltre, per il 33% è molto importante trovare più tempo per vivere il presente, a fronte di meno ore di lavoro straordinario. Un cambiamento che attraversa tutte le fasce di reddito, ma che è concentrato soprattutto tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni.  Nonostante la casa sia sempre più la base operativa in cui alternare lavoro, svago e vita privata, i dati mostrano che gli italiani continuano ad avere una forte propensione alla socialità. Infatti, a fronte dei timori per la salute legati alla pandemia, rispetto a 12 mesi fa, circa un italiano su tre (29%) ritiene di cercare una maggiore interazione di persona, quasi doppiando coloro che sentono la necessità di sostituire o mediare l’interazione di persona con i servizi digitali (17%). 

Paura dell’inflazione

Gli italiani, oggi come un anno fa, se non addirittura di più, sono propensi a dare priorità al risparmio per il futuro (47%) rispetto a spendere per il presente (29%), mostrando un certo timore per sfide ancora ignote e per un contesto economico non ancora completamente ristabilito. Nel corso del mese di gennaio 2022, i timori degli italiani legato ai risparmi sono cresciuti di 22 punti percentuali, interessando oltre sette consumatori su dieci. La quota di coloro che intendono dedicare parte del proprio stipendio mensile al risparmio è di un italiano su due. La principale preoccupazione economica percepita nella quotidianità dal 75% degli italiani è l’aumento dei prezzi, un timore dettato dall’inflazione in continua crescita.  

Export digitale: in Italia vale 15,5 miliardi nel 2021

Crescono le esportazioni online dei beni di consumo: nel 2021 l’export digitale italiano, sia diretto (tramite sito proprio, marketplace o siti di vendite private), sia intermediato (tramite retailer online), è cresciuto del +15%, raggiungendo un valore di 15,5 miliardi di euro. Le esportazioni digitali B2c hanno invece raggiunto un peso pari al 9% dell’export complessivo, online più offline.
Secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Export Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, il settore più importante, pari al 56% del mercato complessivo dell’export digitale B2c e B2b2c, si conferma il fashion. Con un valore di 8,6 miliardi di euro nel 2021, cresciuto del +20% sul 2020, la moda Made in Italy supera i valori pre-Covid.

B2c, oltre al fashion, food&beverge e arredamento

Il secondo settore è il food & beverage, con un export online di 2,2 miliardi di euro, il 14% del totale, che prosegue la crescita (+10%), ma rallenta dopo l’exploit 2020 (+46%). Il terzo comparto è l’arredamento (1,2 miliardi, +12%), pari al 7% del totale delle esportazioni online di beni di consumo.
Elettronica, cosmetica, cartoleria, giochi, articoli sportivi e gli altri comparti valgono invece complessivamente il 23% dell’export digitale B2c. Le previsioni iniziali per il 2022 si stanno rivelando però troppo ottimistiche. Un’eventuale totale interruzione delle esportazioni digitali verso il mercato russo potrebbe portare a una perdita di circa 430 milioni di euro di esportazioni B2c, per oltre l’80% riconducibile al fashion.

B2b a +146 miliardi

L’export digitale B2b nel 2021 ha raggiunto un valore di 146 miliardi di euro, anch’esso in crescita del 15% rispetto al 2020, e con un peso del 28,3% sull’export complessivo di prodotti. Con l’eccezione del settore farmaceutico, in forte flessione dopo il boom del 2020, per tutti i settori B2b l’export online è cresciuto, tornando sopra i livelli pre-Covid: nel 2019 il valore era di 134 miliardi. Nel B2b, la filiera più digitalizzata è l’automotive (33 miliardi, il 22,6% del totale), con una crescita quasi doppia rispetto a quella dell’export complessivo (+40% rispetto al 22,6% dell’export complessivo).  Seguono poi il tessile e abbigliamento (il 14,8%), la meccanica (10,8%), il largo consumo (6,9%), il materiale elettrico (4,8%) e l’elettronica (3,3%).

Le opportunità per le Pmi

Sulla base dell’incidenza dell’export digitale sul fatturato, l’Osservatorio ha individuato 3 profili di imprese (base, intermedio e avanzato), caratterizzati da diversi livelli di sviluppo. Il profilo base e quello intermedio corrispondono alle imprese con una quota di export digitale sul fatturato compresa rispettivamente tra lo 0-3,5% e 3,5-10%. Le imprese caratterizzate da una percentuale di oltre il 10% corrispondono invece al profilo avanzato.
“L’internazionalizzazione attraverso canali digitali rappresenta un’importante opportunità di crescita per le Pmi italiane – spiega Tommaso Vallone, ricercatore dell’Osservatorio Export Digitale -. Il profilo avanzato non riporta uno sviluppo massimo per ogni pilastro della roadmap, ciò significa che il potenziale dell’export digitale non è ancora del tutto esplorato e ci sono ancora ampi margini di crescita”.

Twitter: con la funzione “modifica tweet” è svolta rivoluzionaria

Svolta epocale per Twitter. La novità era stata annunciata il primo aprile scorso dalla stessa Twitter: per i social dei cinguettii è in arrivo la funzione per la modifica dei tweet. Il social network, da uno dei suoi profili, ha dichiarato quindi che presto sarà possibile correggere i messaggi caratterizzati da un errore, e non sarà più necessario eliminare del tutto il ‘cinguettio’. La svolta ‘edit’ rappresenta un cambiamento rivoluzionario per il social network, una possibilità da anni richiesta da milioni di utenti.
“Visto che tutti lo stanno chiedendo – si legge nel messaggio pubblicato dal profilo Twitter Communications – sì, stiamo lavorando dallo scorso anno sulla funzione ‘modifica’. No, non abbiamo avuto l’idea da un sondaggio. Nei prossimi mesi faremo partire il test per vedere cosa funziona, cosa non funziona e cosa è possibile”.

La novità era stata interpretata come un pesce d’aprile

Il messaggio, però, era stato interpretato come un pesce d’aprile, ma Twitter ha rassicurato: “Non stavamo scherzando…”. 
Come ha spiegato Jay Sullivan, responsabile del prodotto nell’organigramma di Twitter, “Abbiamo studiato come creare la funzione Edit in modo sicuro fin dallo scorso anno e come pianificare i test nei prossimi mesi. La modifica è stata la funzione più richiesta su Twitter per anni – ha aggiunto Sullivan -. Gli utenti vogliono essere in grado di correggere errori a volte imbarazzanti e refusi”. Ma finora l’hanno fatto cancellando e scrivendo nuovamente il tweet.

I limiti per evitare un uso improprio della funzione

“Senza elementi come il limite di tempo, i controlli e la trasparenza relativa a ciò che viene modificato, la funzione potrebbe essere utilizzata in maniera impropria per modificare lo sviluppo di una conversazione pubblica – ha proseguito Sullivan -. La tutela dell’integrità della discussione pubblica è la nostra priorità assoluta mentre ci apprestiamo a intraprendere il lavoro”.

“Un approccio attento e cauto”

“Per questo, ci vorrà del tempo e cercheremo suggerimenti e obiezioni prima di lanciare la funzione Modifica – ha sottolineato Sullivan -. Avremo un approccio attento e cauto, condivideremo gli aggiornamenti man mano che procediamo”.
Ma la nuova funzione non è l’unica novità del social dei cinguettii.
“Questa è solo una delle modifiche che stiamo studiando mentre cerchiamo di dare agli utenti più scelta e controllo nella loro esperienza su Twitter – ha precisato ancora Sullivan -, perché cerchiamo di favorire una conversazione sana e aiutare le persone a sentirsi più a proprio agio su Twitter. Queste sono le cose che ci motivano ogni giorno”.

Inflazione, quanto ci costi?

Negli ultimi mesi il tasso di inflazione ha continuato a salire, riverberandosi – ovviamente – anche sulle tasche degli italiani. L’aumento di beni e servizi di ogni genere, dovuto proprio a questo fenomeno, sappiamo già che ci costerà, ma quanto? Per rispondere in maniera reale a questa domanda, il Codacons ha reso note le sue stime, e non sono esattamente confortanti. “Il rialzo dell’inflazione al 6,7% a marzo rappresenta una tragedia” riporta una nota dell’associazione ripresa poi da Adnkronos, e rischia di avere effetti pesanti sui consumi degli italiani. In cifre, l’associazione dei consumatori prevede una maggiore spesa fino a +2.674 euro annui a famiglia a causa della fiammata dei prezzi. “Le nostre peggiori previsioni trovano purtroppo conferma nei dati Istat, L’inflazione al 6,7% considerata la totalità dei consumi di una famiglia, si traduce in una stangata da +2.058 euro annui per la famiglia ‘tipo’, e addirittura +2.674 euro annui per un nucleo con due figli”, spiega il presidente Carlo Rienzi. “Il caro-carburante e i rialzi delle bollette energetiche – dice ancora – hanno spinto al rialzo i prezzi al dettaglio in tutti i settori, ma sul tasso di inflazione di marzo pesano anche vere e proprie speculazioni legate alla guerra in Ucraina. Sull’andamento dei prezzi attendiamo ora l’esito delle indagini aperte da Antitrust e dalle Procure di tutta Italia grazie agli esposti presentati dal Codacons e, se sarà accertato che l’aumento dei listini è stato determinato da fenomeni speculativi, avvieremo una maxi-class action contro i responsabili, per conto di milioni di famiglie e imprese”. 

Fare finta di niente

“Siamo in presenza di un vero e proprio allarme che conferma tutte le denunce sui rincari dei listini lanciate da Assoutenti nelle ultime settimane. Il Governo – dice ancora – non può restare a guardare e, di fronte a quella che è una emergenza, deve adottare misure straordinarie, a partire da prezzi amministrati per i generi di prima necessità come gli alimentari di cui le famiglie non possono fare a meno. Proprio per protestare contro i rincari abnormi dei prezzi al dettaglio, per la prima volta in Italia tutte le associazioni dei consumatori iscritte al Cncu si uniranno in una Assemblea generale indetta per il prossimo 6 aprile e finalizzata a presentare al Governo un pacchetto di misure contro i rincari di alimentari, carburanti e bollette energetiche, e chiedere alla politica maggiore attenzione verso la situazione di crisi in cui versano oggi gli utenti”, conclude il presidente di Assoutenti Furio Truzzi.

“Un massacro per i cittadini”

L’inflazione al 6,7% è un “massacro” per le tasche dei consumatori e deve portare il governo ad adottare provvedimenti urgenti a tutela delle famiglie e del loro potere d’acquisto, afferma Assoutenti. “I prezzi dei prodotti alimentari registrano a marzo una vera e propria impennata, aumentando del +5,8% rispetto allo scorso anno. Questo significa che una famiglia, solo per mangiare, deve mettere in conto una maggiore spesa in media pari a +434 euro annui”, commenta Truzzi.

La Realtà Aumentata nell’eCommerce

Tra le principali novità tecnologiche nel settore degli acquisti una delle più significative 8se non rivoluzionaria) è sicuramente la realtà aumentata. Una tecnologia che consente ai clienti di visualizzare i prodotti in 3D come se fossero fisicamente in un punto vendita, anche se invece sono comodamente sul divano di casa o in ufficio. A sottolineare quanto possa essere strategica l’adozione della AR per i venditori, compresi quelli on line, è Yakkyofy, azienda italiana del settore dei servizi per eCommerce e dropshipping, che ha lanciato un nuovo servizio che offre ai clienti file 3D per la visualizzazione in Realtà Aumentata, facilmente utilizzabili su tutte le principali piattaforme di shopping.

I numeri del mercato della AR

Il mercato della realtà aumentata è arrivato a valere oltre 30,7 miliardi di dollari e dove nel 2021 sono già stati venduti oltre 400.000 occhiali grazie all’AR. I rivenditori online stanno lentamente adottando l’AR, ma oggi solo l’1% di loro utilizza attivamente questa tecnologia. Infatti, in un rapporto di Mobile Marketer, il 52% dei rivenditori ha affermato di non essere pronto ad utilizzare l’AR o altre tecnologie simili. L’AR può aiutare i clienti a capire meglio come un prodotto appare, a valutarne i dettagli da tutte le angolazioni permettendogli, in questo modo, di capire esattamente cosa stiano acquistando e rendendo più facile soddisfare le loro aspettative. Le statistiche mostrano che l’AR aumenta la fiducia degli acquirenti, tanto che il 71% dei consumatori afferma che acquisterebbe più spesso se potesse utilizzare l’AR e il 61% di loro dichiara di preferire gli store che offrono esperienze AR. Secondo uno studio condotto da UPS, il 27% dei consumatori restituisce i prodotti senza una ragione precisa, di conseguenza permettergli di “vedere da vicino la merce prima di acquistarla” anche se virtualmente, può fornire loro maggiori informazioni per decidere se effettuare o meno l’acquisto e, di conseguenza, ridurre la percentuale di resi.

Tasso di conversione fino al +40%

“In base ai nostri studi”, afferma Giovanni Conforti, Ceo e Founder di Yakkyofy, “l’utilizzo della Realtà Aumentata nello shopping online può incrementare il tasso di conversione fino al +40%, aiutare a fidelizzare i clienti e a ridurre la percentuale di resi”. “Per la maggior parte dei proprietari di eCommerce”, continua Conforti, ” realizzare modellazioni 3D, rendering in AR, la fotogrammetria necessarie per permettere la visualizzazione in AR del loro inventario può essere un’impresa molto difficoltosa. Trovare il partner giusto è importante per affrontare questa transizione tecnologica”.