In Italia ancora indietro per Gender equality, serve un cambiamento culturale

L’Italia presenta ancora un divario di genere nel mondo del lavoro. Lo confermano i dati contenuti in un’indagine realizzata da EY insieme a Swg. Solo l’1,7% delle donne ricopre il ruolo di ad in società quotate, e solo lo 0,7% nelle banche. Anche in altri settori, complice la crisi economica legata alla pandemia, il gender gap è cresciuto ulteriormente.
“Con la pandemia abbiamo assistito all’emergere di nuovi fenomeni che hanno trasformato profondamente il mondo del lavoro – dichiarano Carlo Majer ed Edgardo Ratti, co-managing Partner di Littler Italia -. Basti pensare alla fase pandemica e post-pandemica, dove moltissime donne hanno scelto di lasciare il mercato del lavoro o comunque di ridurre le proprie ore”.

Un riconoscimento formale alle aziende virtuose

Negli ultimi decenni, però, la parità di genere ha mostrato una progressiva evoluzione, con alcuni esempi di donne in ruoli di comando a livello istituzionale. Qualche passo in avanti è stato compiuto, e la legge 162/2021 può rappresentare una svolta rivoluzionaria all’interno delle aziende, offrendo uno strumento concreto per incentivarle a valorizzare la leadership femminile e ridurre i gender gap.
“La certificazione di parità – spiega Alessandro De Palma, partner del dipartimento labour di Orsingher Ortu – prevede un riconoscimento formale alle aziende virtuose, che possano dimostrare politiche e misure concrete adottate, in particolare, per ridurre il divario di genere in relazione alle opportunità di crescita in azienda, alla parità salariale e alla tutela della maternità. Queste aziende potranno usufruire di sgravi contributivi, nel limite massimo di 50.000 euro annui, e punteggi premiali nell’ambito di appalti pubblici”.

Nuove generazioni di donne traghettano nel futuro l’impresa di famiglia

“Per la prima volta è stato introdotto uno strumento pragmatico che possa stimolare i datori di lavoro ad adottare politiche e azioni volte a ridurre la disparità di genere, e auspichiamo che tale novità legislativa, insieme ai fondi messi a disposizione, possa fornire una spinta positiva all’intero sistema-Paese”, aggiunge De Palma.
Se la finanza e la tecnologia sono alcuni settori in cui rimangono ancora oggi gli stereotipi di genere, negli ultimi anni, soprattutto all’interno delle multinazionali, è cresciuto l’impegno a favore di percorsi di carriera aperti. Ma non solo. Sono soprattutto le nuove generazioni di giovani donne che riescono a costruire un legame di valore tra tradizione e innovazione per traghettare nel futuro l’impresa di famiglia.

Un concetto tutt’altro che acquisito nella coppia

Tuttavia, per arrivare a una radicale trasformazione, anche strutturale, verso una reale parità di genere, è necessario avviare un cambiamento culturale, che parte da un equilibrio di potere all’interno della coppia.
“Nella mia esperienza di terapeuta – spiega Amanda Zanni, psicoterapeuta di coppia di Santagostino – osservo costantemente come la parità di genere sia un concetto tutt’altro che acquisito nella coppia, e quanto, nonostante le premesse raccontate, l’appartenenza di genere spesso ancora definisca implicitamente le aspettative e i ruoli assegnati al partner”.

Head hunting, come le aziende possono trovare le risorse ideali

Cosa deve fare un’azienda per trovare il candidato ideale che possa ricoprire una posizione aperta? Quali sono gli aspetti da considerare affinché la ricerca sia il più mirata, produttiva e veloce possibile? A queste questioni, particolarmente delicate nella vita aziendale, risponde Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, società internazionale di head hunting specializzata nella selezione di personale qualificato e nello sviluppo di carriera. Innanzitutto,  le aziende che desiderano assumere le risorse ideali devono puntare al miglioramento delle candidature. Ad esempio uno studio effettuato alcuni anni fa da Lever, una società che realizza e gestisce un software per la ricerca e la selezione del personale, ha dimostrato che in media un’impresa con meno di 200 dipendenti deve analizzare 86 candidature prima di trovare il candidato adatto all’assunzione. Per arrivare a questo dato Lever ha preso in esame 1,5 milioni di candidature e 15mila assunzioni effettuate da 600 aziende diverse. Dall’esterno potrebbe stupire che, a fronte di un annuncio di lavoro realizzato in modo preciso, sia necessario prendere in considerazione un così alto numero di candidati. Ma va detto che il dato è ancora più alto nel caso di aziende più grandi (con oltre 200 dipendenti),  che in media devono passare in rassegna 100 persone prima di trovare il candidato giusto.

La selezione e i rifiuti

Bisogna poi sottolineare il fatto che solitamente viene contattato per un colloquio solamente il 17% dei candidati, ma anche che il 31% delle persone che ricevono un’offerta di lavoro finisce per rifiutarla (le percentuali sono particolarmente alte nel caso di ingegneri e manager). Insomma, il lavoro di ricerca e di selezione del personale è mediamente lungo e non privo di ostacoli. Le aziende, nel momento in cui desiderano inserire un nuovo talento, devono quindi prepararsi mentalmente e non solo a dover analizzare molte persone per un’unica offerta di lavoro, senza meravigliarsi troppo di dover interagire con tantissimi candidati prima di considerare chiusa la ricerca.

Come organizzare la ricerca

“È fondamentale prima di tutto organizzare al meglio la ricerca, a partire dalla realizzazione di un annuncio di lavoro particolarmente dettagliato, che vada quindi a richiamare l’attenzione delle sole persone che realmente possono ricoprire quel ruolo. Un dettaglio omesso in un annuncio può trasformarsi in una valanga di curricula non desiderati” spiega l’head hunter. Tra l’altro i processi di ricerca e selezione del personale efficaci partono molto prima dell’effettivo bisogno di una risorsa e quindi “Un’azienda che può vantare un buon  employer brand, e che quindi negli anni ha costruito e sviluppato una buona strategia per risaltare le proprie qualità come datore di lavoro avrà meno difficoltà nel trovare il talento perfetto da assumere” precisa l’esperta. C’è anche il caso, non così raro, in cui il collaboratore ideale è lì fuori alla ricerca di una nuova occupazione. “Molto spesso la persona che si cerca rientra nell’enorme gruppo dei candidati passivi, ovvero tra le persone che non stanno cercando attivamente un lavoro” averte la professionista. “Anche per questo motivo affidarsi a una società di head hunting permette di aumentare le probabilità di trovare la figura perfetta da inserire nel team”.

Export digitale: in Italia vale 15,5 miliardi nel 2021

Crescono le esportazioni online dei beni di consumo: nel 2021 l’export digitale italiano, sia diretto (tramite sito proprio, marketplace o siti di vendite private), sia intermediato (tramite retailer online), è cresciuto del +15%, raggiungendo un valore di 15,5 miliardi di euro. Le esportazioni digitali B2c hanno invece raggiunto un peso pari al 9% dell’export complessivo, online più offline.
Secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Export Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, il settore più importante, pari al 56% del mercato complessivo dell’export digitale B2c e B2b2c, si conferma il fashion. Con un valore di 8,6 miliardi di euro nel 2021, cresciuto del +20% sul 2020, la moda Made in Italy supera i valori pre-Covid.

B2c, oltre al fashion, food&beverge e arredamento

Il secondo settore è il food & beverage, con un export online di 2,2 miliardi di euro, il 14% del totale, che prosegue la crescita (+10%), ma rallenta dopo l’exploit 2020 (+46%). Il terzo comparto è l’arredamento (1,2 miliardi, +12%), pari al 7% del totale delle esportazioni online di beni di consumo.
Elettronica, cosmetica, cartoleria, giochi, articoli sportivi e gli altri comparti valgono invece complessivamente il 23% dell’export digitale B2c. Le previsioni iniziali per il 2022 si stanno rivelando però troppo ottimistiche. Un’eventuale totale interruzione delle esportazioni digitali verso il mercato russo potrebbe portare a una perdita di circa 430 milioni di euro di esportazioni B2c, per oltre l’80% riconducibile al fashion.

B2b a +146 miliardi

L’export digitale B2b nel 2021 ha raggiunto un valore di 146 miliardi di euro, anch’esso in crescita del 15% rispetto al 2020, e con un peso del 28,3% sull’export complessivo di prodotti. Con l’eccezione del settore farmaceutico, in forte flessione dopo il boom del 2020, per tutti i settori B2b l’export online è cresciuto, tornando sopra i livelli pre-Covid: nel 2019 il valore era di 134 miliardi. Nel B2b, la filiera più digitalizzata è l’automotive (33 miliardi, il 22,6% del totale), con una crescita quasi doppia rispetto a quella dell’export complessivo (+40% rispetto al 22,6% dell’export complessivo).  Seguono poi il tessile e abbigliamento (il 14,8%), la meccanica (10,8%), il largo consumo (6,9%), il materiale elettrico (4,8%) e l’elettronica (3,3%).

Le opportunità per le Pmi

Sulla base dell’incidenza dell’export digitale sul fatturato, l’Osservatorio ha individuato 3 profili di imprese (base, intermedio e avanzato), caratterizzati da diversi livelli di sviluppo. Il profilo base e quello intermedio corrispondono alle imprese con una quota di export digitale sul fatturato compresa rispettivamente tra lo 0-3,5% e 3,5-10%. Le imprese caratterizzate da una percentuale di oltre il 10% corrispondono invece al profilo avanzato.
“L’internazionalizzazione attraverso canali digitali rappresenta un’importante opportunità di crescita per le Pmi italiane – spiega Tommaso Vallone, ricercatore dell’Osservatorio Export Digitale -. Il profilo avanzato non riporta uno sviluppo massimo per ogni pilastro della roadmap, ciò significa che il potenziale dell’export digitale non è ancora del tutto esplorato e ci sono ancora ampi margini di crescita”.

Come attirare clienti per un parrucchiere, un salone di bellezza o un barbiere

Un parrucchiere, un salone di bellezza o un barbiere sono attività molto facili da avviare, ecco perché nelle nostre città proliferano piccoli saloni da parrucchiere sia maschili che femminili.

L’investimento necessario è relativamente contenuto e le procedure sono semplici se le confrontiamo con altre tipologie di imprese. Tutto ciò rende facile allestire un salone con le giuste  forniture per parrucchieri, ma farlo decollare non è altrettanto facile.

Vedremo quindi di seguito come attrarre clienti per un parrucchiere, per un salone di bellezza o per un barbiere che voglia veramente soddisfare i clienti e avere successo.

Ma vedremo anche come aumentare le aspettative di successo, creando un business attraente e con adeguata personalità.

In ogni caso, tutto ciò che stiamo per esporre di seguito vale sia per un parrucchiere per uomo che per donna, dunque questi consigli sono buoni a prescindere dal fatto che tu ti rivolga prevalentemente ad una utenza maschile che femminile.

Come attirare clienti per un parrucchiere: definisci il tuo cliente tipo

Come sempre nel mondo del marketing, se vuoi attirare clienti la prima cosa che devi fare è definire il tuo cliente tipo.

Come saprai da altri post, i profili di potenziali clienti tipo (detti anche “buyer persona”) ti aiuteranno a conoscere le motivazioni che spingono il cliente ad andare dal tuo parrucchiere o a scegliere eventualmente un’altra struttura.

Anche se hai un’attività aperta a tutti, ciò non significa che proprio tutti andranno nel tuo salone per tagliarsi i capelli o per cambiare acconciatura.

I tuoi servizi, i tuoi prezzi, l’ubicazione dei locali, persino il tuo aspetto estetico determineranno quali persone varcheranno la porta e quali servizi esse richiederanno.

Cosa annotare nel profilo tipo

Devi creare  per questo un profilo per ciascuno dei clienti tipo della tua attività. In questo profilo è conveniente annotare le caratteristiche generiche di quel potenziale cliente: quanti anni ha, il suo sesso, quali sono i suoi modelli di vita (quali sono i suoi orari di lavoro, quanto spesso va dal parrucchiere o barbiere, quali servizi richiede di solito, etc.).

Non si tratta di conoscere o “catalogare” persone specifiche, si tratta di creare un profilo di un potenziale cliente, uno che chiaramente abbia molte affinità con i servizi che proponi ed è per questo che lo consideriamo un cliente ideale.

Esplora i loro bisogni

È fondamentale che tu rifletta su quali sono i motivi che spingono questo cliente ad andare nella tua attività e non in una delle tante che ci sono in giro, sia nello stesso quartiere che in giro per la città.

Ma devi anche analizzare a che ora è più comodo per loro raggiungerti, quali giorni sono i migliori, quanto sono disposti a pagare per i tuoi servizi… solo così puoi preparare un’offerta adeguata e compensare i momenti di scarso lavoro con promozioni mirate.

Se vuoi attirare clienti per il tuo salone da parrucchiere, devi prendere sul serio questo tipo di lavoro.

Individua i profili più redditizi

Definisci almeno quattro diversi profili di potenziali clienti. Una volta effettuata questa prima analisi,  la cosa successiva è vedere quali di essi (uno o più) sono i più redditizi, i più attraenti per il tuo salone da parrucchiere.

Questo può dipendere dalla tua specializzazione professionale o dalla tradizione dell’attività, se si tratta di un parrucchiere aperto da diversi anni. O semplicemente dal fatto che nel tuo quartiere ci sono troppi parrucchieri concentrati su un tipo di pubblico specifico e pensi sia meglio differenziarti.

Qualunque sia la ragione, dovresti classificare i tuoi clienti ideali e scegliere quello che pensi possa fornirti più lavoro per adattarti in base alle loro esigenze, in modo che i clienti possano individuare più facilmente la tua attività e sapere perfettamente cosa possono aspettarsi quando entrano in negozio.

Lavoro, 318mila nuove assunzioni programmate a febbraio

Il mercato del lavoro, dopo i due anni difficili della pandemia, pare stia riprendendo quota. Lo afferma il bollettino del sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal, che evidenzia che sono 318mila le entrate programmate dalle imprese a febbraio. A mettere un freno alla ripresa sono soprattutto le prospettive meno incoraggianti legate ai rialzi dei costi energetici e alle difficoltà di approvvigionamento delle materie prime, nonché la persistente difficoltà a reperire manodopera. Le maggiori incertezze si riflettono su tutti i comparti del manifatturiero con una flessione pari a -29,5% su base mensile, pur conservando una tendenza positiva rispetto a un anno fa (+27,4%). Negativa anche la congiuntura per le costruzioni (-20,7%) che mantiene comunque una tendenza positiva (+16,7%) rispetto a febbraio 2021. Ancora più accentuata la diminuzione dei contratti programmati dai servizi (-32,5% su base mensile ma +33,8% su base annuale) e in particolare dal commercio (-43,7% su gennaio ma +37,6% rispetto allo scorso anno) sul quale si riflette la maggiore cautela nei consumi delle famiglie per i rincari dei prezzi, a cominciare da quelli energetici. L’industria ha in programma di attivare 110mila contratti, di cui 36mila nelle costruzioni. Per il manifatturiero, che programma complessivamente 74mila entrate, sono alla ricerca di personale soprattutto le imprese della meccatronica con 20mila entrate e quelle metallurgiche e dei prodotti in metallo che prevedono 17mila entrate, anche se crescono le difficoltà per la filiera dell’automotive che sta affrontando la carenza di materie prime per la componentistica e le sfide della transizione energetica. Più contenute le previsioni delle industrie dei beni di consumo: il sistema moda e le altre manifatturiere con rispettivamente 6mila e 5mila entrate. A trainare la domanda di lavoro del terziario, che nel complesso prevede oltre 207mila contratti, è il turismo che tiene rispetto a gennaio (+400 unità) e incrementa le entrate rispetto a un anno fa (+32mila entrate) quando i flussi turistici a causa dell’emergenza sanitaria e delle limitazioni agli spostamenti erano molto più contenuti. Seguono i servizi alle persone con 38mila entrate, il commercio (35mila) e i servizi di trasporto, logistica e magazzinaggio (25mila).

Le tipologie di contratti

I contratti a tempo determinato si confermano la forma maggiormente proposta con 167mila unità, pari al 52,7% del totale. Seguono i contratti a tempo indeterminato (72mila unità, 22,6%), quelli in somministrazione (31mila, circa il 10%), gli altri contratti non alle dipendenze (poco meno di 20mila, 6,2%); l’apprendistato è offerto a 13mila posizioni pari al 4,3%. 

Cosa cercano le aziende

Cresce anche a febbraio la difficoltà di reperimento segnalata dalle imprese, che riguarda oltre il 40% delle entrate programmate, in aumento di un ulteriore punto percentuale rispetto a gennaio. La mancanza di candidati è la causa principale del mismatch (22,9%), seguita dalla preparazione inadeguata (13,9%) e da altri motivi (3,5%). Tra le professioni high skill più difficili da reperire emergono i tecnici della gestione dei processi produttivi di beni e servizi (68,4%), i tecnici della salute (59,6%, i tecnici in campo ingegneristico (59,1%) e gli specialisti in scienze matematiche, informatiche, chimiche, fisiche e naturali (55,9%); tra le figure operaie le imprese segnalano le maggiori difficoltà per gli operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni (65,1%) e per fonditori, saldatori, lattonieri, calderai, montatori carpenteria metallica (64,1%).

Il 38% delle Pmi italiane non ha l’assicurazione

A oggi solo il 62% delle Pmi italiane dispone di una copertura assicurativa. I 4,35 milioni di Pmi, il 99,3% delle imprese italiane in attività, risultano infatti fortemente sotto assicurate, al punto che 1 milione e 653 mila, il 38% del totale, non dispone di un’assicurazione. Complice anche lo scarso livello di alfabetizzazione finanziaria e digitale, le Pmi hanno una bassa percezione dei rischi che l’attività imprenditoriale comporta. Di conseguenza, tendono a sottostimare l’impatto che un evento potrebbe avere sulla loro attività. Secondo lo studio Next Level for Insurance – SME segment, realizzato da CRIF, IIA – Italian Insurtech Association e Nomisma, nell’ultimo anno però la percezione del rischio da parte delle Pmi è aumentata per 7 imprese su 10.

Quasi assenti le coperture per cyber risk e interruzioni di attività

Oltre a essere un segmento sotto assicurato, è ampiamente diffusa la tendenza a ‘sottoscrivere poco’: il 71% delle Pmi ha infatti sottoscritto una copertura RC verso terzi, il 64% incendio, e il 56% furto, ma si scende al 39% per la responsabilità civile degli amministratori. Sono quasi assenti, invece, le coperture per cyber risk (9%) e le interruzioni di attività (8%), due aspetti che invece nel 2021 hanno prodotto un effetto critico sulla continuità del business delle aziende. Per far fronte a questo scenario, la risposta dei player assicurativi per i prossimi 12 mesi sarà proporre ai clienti nuovi prodotti, ma soprattutto, servizi di valore aggiunto, dove la consulenza assicurativa diventerà sempre più strategica.

Per l’82% degli insurer la cyber security è una priorità

Quanto al cyber risk, può essere considerato una nuova categoria assicurativa. Secondo il Rapporto Clusit (Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica) nel primo semestre 2021 sono stati analizzati 1.053 attacchi cyber gravi e 4 su 5 hanno coinvolto le Pmi. In generale, gli attacchi di cybersecurity hanno determinato in Italia 7 miliardi di costi diretti e indiretti per le imprese. Questa situazione conferma che non esistono sistemi inviolabili e i potenziali danni sono ormai conclamati. Proprio in questa direzione si stanno muovendo gli insurer, l’82% dei quali indica la cyber security come una priorità. Tanto che nei prossimi 12 mesi il 17% delle imprese assicurative la introdurrà come elemento di offering, a fronte di un 65% che già sta presidiando quest’area.

Proporre servizi accessori e complementari alle polizze
Secondo la ricerca il 69% delle compagnie assicurative proporrà servizi accessori e complementari alle polizze, in particolare, per supportare le Pmi in ambito cyber security (82%), marketing e digital advertising (59%), consulenza alla crescita del business (58%) e servizi per certificare l’impresa a livello di sostenibilità in ambito ESG (50%). Un tema quest’ultimo sempre più importante anche per le Pmi, che nel 74% dei casi ha indicato come una certificazione di sostenibilità possa contribuire ad accrescere la reputazione dell’azienda, e per il 50%, di ridurre i rischi in quest’ambito.

Produzione industriale lombarda: +2,5% nel terzo trimestre

Dall’indagine congiunturale di Unioncamere Lombardia relativa al terzo trimestre 2021 emerge che la produzione industriale lombarda cresce del +2,5% congiunturale, e l’indice Unioncamere Lombardia raggiunge un nuovo punto di massimo storico (118,2). Questo, grazie all’incremento sullo stesso periodo del 2020 (+12,0%) e sullo stesso trimestre 2019 (+6,2%). Al recupero produttivo fanno da traino gli ordini domestici (+3,0% congiunturale) e quelli esteri (+1,3%), che rimangono sopra i livelli pre-crisi, ma agganciano la ripresa anche le aziende artigiane manifatturiere, con un incremento congiunturale della produzione del +4,7%, e una crescita tendenziale del +9,4%. Il comparto artigiano riesce così a finalmente a recuperare i livelli pre-crisi, registrando un +3,6% rispetto allo stesso trimestre 2019.

Le dinamiche per i settori dell’industria
A eccezione dell’abbigliamento e del tessile tutti i settori nell’industria registrano incrementi significativi sul terzo trimestre 2020 e riescono superare anche livelli del terzo trimestre 2019.
Ottima performance di Gomma-plastica (+10,4%), Meccanica (+9,1%), Minerali non metalliferi (+9,0%), industria varie (+8,8%) e Chimica (+8,7%). Oltre i livelli pre-crisi anche Siderurgia (+7,8%), Alimentare (+6,3%) e Legno-mobilio (+4,7%). Per Mezzi trasporto (+2,4%), Carta-stampa (+1,7%) e Pelli-calzature (+1,3%) la ripresa sembra avviata a ritmi più lenti, e sono ancora in affanno il Tessile (-6,0%) e l’Abbigliamento (-22,1%). Più negativo il quadro dell’artigianato, con quattro settori ancora sotto i livelli del terzo trimestre 2019: manifatturiere Varie (-2,2%), Carta-stampa (-2,4%), Abbigliamento (-6,6%) e Pelli-calzature (-21,78%). Il Tessile (+0,1%) raggiunge i livelli 2019, ma non riesce a spingersi molto oltre.

Crescono fatturato e ordinativi
Il fatturato a prezzi correnti dell’industria cresce dell’1,9% congiunturale, e il confronto con lo stesso trimestre 2019 registra un +12,3%, legato anche all’incremento dei prezzi in atto. Per le imprese artigiane il fatturato cresce del +4,3% congiunturale, sufficiente a superare i livelli pre-crisi (+4,1% sul terzo trimestre 2019). Inoltre, la quota del fatturato estero sul totale rimane elevata per le imprese industriali (38,7%) e resta poco rilevante, ma in crescita, per le imprese artigiane (8,2%). Gli ordinativi dell’industria crescono invece del +1,3% congiunturale dall’estero e del +3,0% dall’interno, e si mantengono ben oltre i livelli dello stesso trimestre del 2019 (+12,4% gli ordini interni e +14,7% quelli esteri). Risultati più contenuti per l’artigianato, che rispetto al 2019 registra un incremento del 2,1% per il mercato estero e un segno negativo per l’interno (-1,3%). Il dato congiunturale per quest’ultimo però è positivo (+5,4%).

Saldo positivo per l’occupazione
L’occupazione per l’industria presenta un saldo positivo (+0,3%) e una diminuzione del ricorso alla CIG. Le aziende che dichiarano di aver utilizzato ore di Cassa Integrazione scende infatti al 9,7%, e la quota sul monte ore allo 0,8%. Per l’artigianato il saldo occupazionale è negativo (-0,1%), ma con ricorso alla CIG in diminuzione. Le aziende che dichiarano di aver utilizzato la Cassa Integrazione sono il 12,4%, e la quota sul monte ore scende al 1,1%.

Fallimenti sotto i valori pre-Covid nei primi sei mesi del 2021

Nei primi sei mesi del 2021 sono state ‘solo’ 4.667 le imprese che hanno avviato una procedura fallimentare, contro le 5.380 del corrispondente periodo del 2019, ovvero, prima dell’irrompere dell’emergenza Covid.
Il numero delle imprese costrette a portare i libri in tribunale per chiudere l’attività nel primo semestre dell’anno in corso resta quindi contenuto, ed è inferiore rispetto ai valori del periodo precedente la pandemia.
Lo attestano i dati elaborati da Unioncamere – InfoCamere, tratti dal Registro delle Imprese delle Camere di Commercio. 

Le imprese italiane segnalano un tasso di fallimento dello 0,76%

Secondo quanto risulta dall’indagine condotta da Unioncamere e InfoCamere, a partire dai dati del Registro delle Imprese delle Camere di Commercio sulle aperture di procedure fallimentari nei primi sei mesi degli ultimi tre anni, ‘nel mezzo’ si colloca il dato delle 2.924 dichiarazioni di fallimento presentate dei primi sei mesi del 2020. Questo dato tuttavia è caratterizzato dall’imposizione del lockdown e dal prolungato stop alle attività dei tribunali. Il tasso di fallimento delle imprese italiane, emerso dal numero di procedure fallimentari aperte ogni mille imprese registrate, si attesta dunque al valore di 0,76. 

Valori in diminuzione per quasi tutte le regioni, escluse le più piccole

Prendendo come riferimento il primo semestre del 2019, ovvero l’ultimo non affetto dalle conseguenze legate all’emergenza sanitaria, il bilancio della prima metà del 2021 mostra per quasi tutte le regioni valori in diminuzione, per una media nazionale che si attesta al -13,3%. Fanno eccezione alcune tra le regioni più piccole, come la Basilicata (+53,6%) e il Molise (+41,7%), dove però bastano pochi casi in più per determinare forti variazioni relative. Tra le regioni più grandi, a far segnare un incremento rispetto a due anni fa si segnala la sola Sicilia (+1,4%).

Una dinamica attenuata anche per i diversi settori di attività

L’unica regione, che pur in forte riduzione rispetto ai primi sei mesi del 2019 (-16,1%), si colloca sopra la soglia dell’uno per mille nel tasso di fallimento è la Lombardia. La dinamica attenuata dei fallimenti si distribuisce inoltre in modo diffuso anche tra i settori di attività delle imprese. A mostrare un’accelerazione rispetto al primo semestre 2019 sono la fornitura di energia (+60%), il settore della sanità e assistenza (+21,6%), il trasporto e magazzinaggio (+19%), l’istruzione (+13.3%) e le attività assicurative e finanziarie (+3,2%).

Manifatturiero, la ripresa è guidata dalle piccole imprese

Le piccole e medie imprese sono il vero patrimonio del tessuto economico italiano. E sono anche le realtà che hanno dimostrato in periodi difficili la loro capacità di resilienza, tanto che sono proprio loro a spronare la ripresa del post-Covid. Lo ribadisce Marco Fortis, direttore della Fondazione Edison, disaggregando i dati Istat sull’andamento del prodotto interno lordo. “Uno sprone alla ripresa dopo che il sistema manifatturiero ha retto bene perfino alla crisi innescata dalla pandemia. Preservando significative quote di mercato. E confermandosi per il nostro Paese una ricchezza da tutelare. Imprese che hanno contribuito in maniera preminente, quindi, a resistere alla crisi socio-economica scaturita dall’emergenza sanitaria. Ragion per cui diventa inderogabile tarare le future misure di politica industriale, spesso invece pensate “a taglia unica” su misura delle grandi” ha detto Fortis. A testimoniare il ruolo delle piccole imprese italiane nel sistema produttivo una indagine del Centro studi CNA, dalla quale scaturisce che, sulla base dei più recenti dati economici omogenei a disposizione, l’Italia rimane la seconda economia manifatturiera d’Europa, dopo la Germania. 

In tutti gli ambiti produttivi 

La presenza di piccole e piccolissime imprese è preponderante in tutti gli ambiti produttivi del comparto: dai campi più tradizionali, a spiccata vocazione artigiana, a quelli caratterizzati dai processi produttivi maggiormente complessi. In Italia, su quasi 380mila imprese attive nei comparti manifatturieri il 92,3% sono micro (82% del totale) o piccole (10,3% del totale), organizzate giuridicamente come imprese artigiane nel 63,8% dei casi. Tra le grandi economie dei 27 Paesi membri dell’Unione europea, l’Italia presenta la struttura produttiva più estesa e diffusa. Solo limitatamente al segmento delle grandi imprese (oltre 250 addetti) il nostro Paese ne conta un numero più basso o uguale rispetto alla Germania e alla Francia. Dal punto di vista occupazionale, invece, le grandi imprese assorbono il 60,5% degli addetti in Germania, il 60% circa in Francia e il 27,2% nel nostro Paese. Il secondo posto europeo dell’Italia per fatturato manifatturiero dimostra come un sistema produttivo frammentato, quale l’italiano, non rappresenti necessariamente un ostacolo per competere con successo a livello internazionale. 

Il valore aggiunto italiano ha superato quello francese

Nel 2018 il valore aggiunto italiano, pari a 246,9 miliardi, ha superato quello francese, di poco superiore ai 241 miliardi. Un risultato raggiunto grazie alle piccole imprese. In Francia circa 1300 grandi imprese (lo 0,6% complessivo) hanno creato il 70,9% del valore aggiunto totale, in Italia un numero di grandi imprese di poco inferiore ha contribuito alla creazione solo del 39,4% del valore aggiunto complessivo. Viceversa, il valore aggiunto creato dalle imprese italiane fino a 50 addetti ha più che doppiato quello realizzato in Francia dalle imprese con la stessa dimensione occupazionale. 

Arredi e complementi artigianali

Bau Design è specializzata nella produzione di arredi luxury e creativi, e propone una ampia gamma di arredi e complementi in grado di valorizzare con eleganza e ricercatezza ogni ambiente di casa.

Artigianato creativo e moderno

Parliamo dunque di autentici prodotti d’artigianato come ad esempio splendidi tavoli,  mobili quadro,  specchiere,  sedute e lampade. Il risultato è un assortimento veramente vasto di splendidi oggetti che si adattano perfettamente al tipo di contesto nel quale vengono inseriti,  valorizzandolo al meglio ed esaltando anche gli arredi presenti nelle vicinanze.

Gli artigiani di Bau Design sono sempre lieti di ascoltare i clienti e le loro necessità di arredo,  fieri del fatto che i propri arredi diventino spesso delle vere e proprie opere artigianali in grado di catturare gli sguardi dei visitatori e stupirli piacevolmente.

Se stai pensando dunque di impreziosire un ambiente di casa con un arredo luxury o complemento realmente in grado di testimoniare tutta l’artigianalità e la manualità di chi lo ha creato,  gli arredi Bau Design fanno al caso tuo.

Una soluzione per ogni ambiente di casa

Sia che tu abbia bisogno di un complemento per valorizzare la zona living  (è questo il caso delle bellissime specchiere o sedute ad esempio),  sia che tu abbia bisogno di un complemento particolare da inserire nella zona notte o in cucina,  qui potrai trovare ciò di cui hai bisogno e stupire i visitatori con degli arredi di lusso finemente decorati e destinati per questo a durare nel tempo.

Chiunque osserverà questi bellissimi oggetti in casa tua avrà immediatamente la percezione di trovarsi principalmente davanti un’opera d’arte, più che di un elemento d’arredo. L’aspetto relativo al prestigio è dunque non in secondo piano rispetto a quello prettamente funzionale, ma viaggiano insieme e si intrecciano perfettamente per dare vita a delle creazioni apprezzate ed esportate in tutto il mondo.