Telecomunicazioni, nel 2019 calano i ricavi ma non gli investimenti

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Nel 2019 i ricavi per il settore delle telecomunicazioni scendono a 26,8 miliardi, il valore più basso degli ultimi 10 anni.  A fronte di aumenti del 50% all’anno dei volumi di traffico dati mobili, e del 25% del traffico dati fisso, il contesto iper-competitivo ha comportato la continua riduzione dei prezzi, e di conseguenza, dei ricavi, ulteriormente ridotti di 1 miliardo di euro. Al contrario, la competizione sui servizi ha trainato l’incremento degli investimenti, in crescita dal 2013, nella costruzione delle reti a banda larga e ultra-larga, radio e in fibra. Lo afferma il rapporto sulla Filiera delle Telecomunicazioni in Italia presentato a Roma da Asstel-Assotelecomunicazioni e le organizzazioni sindacali Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil.

L’anno scorso gli investimenti fissi hanno raggiunto l’incidenza del 25%

Nel 2019 gli investimenti fissi di 7,6 miliardi di euro, di cui oltre 300 milioni di oneri per le frequenze, hanno raggiunto l’incidenza record del 25% sul fatturato totale del settore, spinti dall’espansione delle reti 4G, dall’avvio delle reti 5G e dalla crescita degli accessi alle reti VHCN con prestazioni oltre 100 Mbps.

Questi ultimi hanno raggiunto il numero di 7,1 milioni, pari al 40,5% del totale degli accessi, cresciuti del +37% rispetto al 2019, quando erano 5,2 milioni, riporta Ansa.

Collaborazione tra pubblico e privato e sostegno finanziario alla domanda

“Oggi nelle telecomunicazioni le quattro sfide a cui dare risposta sono molto chiare”, ha sottolineato il presidente di Asstel, Pietro Guindani.

La prima delle quattro sfide è la collaborazione tra il settore pubblico e quello privato per lo sviluppo di nuovi servizi “intelligenti”, in grado di far tornare a crescere il valore del mercato. La seconda, ha spiegato ancora Guindani, “è il sostegno finanziario alla domanda per stimolare l’adozione dei servizi in maniera accelerata”, e in questo modo poter recuperare il ritardo accumulato rispetto ai Paesi nostri competitor.

“Il Recovery Fund è lo strumento da mobilitare”

Una terza sfida riguarda la sostenibilità degli investimenti nelle infrastrutture, un “prerequisito per la competitività, non solo delle imprese di telecomunicazioni, ma del Paese in generale”, ha commentato il presidente di Asstel. Non ultimo, lo sviluppo delle competenze digitali, “dei nostri lavoratori e di tutta la popolazione italiana che risulta essere ultima tra i 28 paesi dell’Unione Europea – ha aggiunto Guindani -. Il Recovery Fund è lo strumento da mobilitare per affrontare e dare soluzione alle esigenze di investimento nelle infrastrutture e nelle competenze digitali”.

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I costi delle tariffe pre e post Covid

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Come sono cambiate le principali voci di spesa domestica prima e dopo l’emergenza Covid? Alcune spese, come RC auto, tasso dei mutui, bollette di luce e gas sono diminuite, mentre altre, come i tassi dei prestiti e il costo della telefonia fissa sono aumentate. Altre ancora, invece, come i costi per la telefonia mobile e quelli dei conti correnti sono rimasti invariati. Lo ha scoperto Facile.it, che ha confrontato i prezzi offerti dagli operatori a gennaio e a giugno 2020.
Mutui, prestiti e conti correnti
I tassi dei mutui sono rimasti estremamente bassi per tutto il primo semestre dell’anno. Secondo la ricerca il miglior tasso (Taeg) disponibile a giugno 2020 era pari a 0,95%, il 22% in meno rispetto a gennaio 2020 (1,22%). Il settore dei prestiti personali invece ha risentito sia del lockdown sia del peggioramento delle condizioni lavorative degli italiani. Considerando un prestito da 10.000 euro da restituire in 5 anni, il Taeg medio disponibile online è passato dal 6,25% di gennaio al 6,63% di giugno (+6,1%), con un aumento di circa 90 euro in più di interessi per tutta la durata del finanziamento. Per quanto riguarda i correnti invece non emergono differenze dal punto di vista dei costi fissi o variabili rispetto alle offerte rilevate a inizio anno.
Telefonia, Internet, luce e gas
Per le tariffe di telefonia mobile non sono stati rilevati cambiamenti significativi. A giugno la tariffa media mensile per una nuova sim era pari a 13 euro, valore in linea con quello rilevato a inizio anno. Sul fronte delle tariffe di Internet Casa, invece, si evidenzia un lieve aumento del costo delle offerte. Il canone mensile a giugno è aumentato del 4,6% arrivando in media a 28,94 euro.

Per le tariffe luce e gas del mercato libero i prezzi offerti ai consumatori sono mediamente calati. A gennaio si spendevano, in media, 45,26 euro al mese per la luce, mentre a partire da luglio, a parità di consumi, la bolletta è diminuita del 3%. Calo ancor più consistente per il gas, dove la spesa media mensile è diminuita del 4,4%.

Rc auto e noleggio a lungo termine

Durante il lockdown le tariffe assicurative sono diminuite sensibilmente, registrando tra marzo e aprile valori ai minimi storici. Un trend che si è invertito a partire da maggio, anche se i prezzi non sono ancora arrivati ai livelli pre Covid: per assicurare un veicolo a quattro ruote a giugno occorrevano in media 531,32 euro, quasi l’1% in meno rispetto a gennaio. Il settore del noleggio a lungo termine rivolti ai privati, pesantemente colpito dal lockdown, si è adattato al nuovo scenario. Se dal punto di vista del canone non sono state riscontrate variazioni, per far fronte alla scarsa liquidità da parte delle famiglie alcune società hanno potenziato le offerte di veicoli ad anticipo zero. E hanno iniziato a valutare con più flessibilità la possibilità di sospendere i contratti in corso o disdire gli ordini.

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Come sarà il futuro dopo il Covid-19 secondo gli italiani

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“Immagina di svegliarti domani mattina e di scoprire che a fronte di nuovi dati sull’emergenza in corso è stato deciso di avviare una nuova fase, con cambiamenti e con l’introduzione di nuove norme. Prova a descrivere quello che succederà durante questa nuova fase, racconta nel dettaglio in che modo cambierà la quotidianità e cosa accadrà nel concreto rispetto alla fase attuale”.

Questa è la domanda posta agli italiani in un approfondimento del tracking BVA Doxa su come sarò il futuro post coronavirus. E da una parte c’è chi si concentra sugli aspetti più pratici relativi al ritorno alla normalità, dall’altra c’è chi guarda all’ipotetica nuova normalità con speranza o timore.  

Imparare una nuova vita

Più in particolare, l’indagine rileva che tra gli italiani si affermano due macro tendenze. Da una parte, che corrisponde al 54% degli intervistati, ci si focalizza maggiormente sul lato pratico e sulle modalità di progressivo riavvicinamento alla vita e alle attività di tutti i giorni, mentre dall’altra, pari al 46% , l’attenzione è rivolta all’evoluzione dell’emergenza stessa, ipotizzando esiti sia positivi sia negativi.

Il 54% degli italiani che proiettano un immaginario più concreto e pratico nella convivenza con il virus  stato suddiviso ulteriormente in due cluster. Il primo, corrispondente al 28% degli intervistati e denominato How to…, riunisce coloro che rivolgono la propria attenzione a come, per poter ripartire, dovranno cambiare tutte le attività lavorative e pratiche nella nuova normalità post Covid-19.

Concentrarsi sulle norme per tornare a una situazione di maggior libertà

In questo caso, dunque, ci si focalizza su come muterà la propria vita da lavoratori e da consumatori, con la messa in pratica di comportamenti ai quali ci si è già abituati nelle fasi precedenti. Nel secondo cluster, denominato Caring in sharing, composto dal 26% degli italiani, ci si concentra su tutte le norme che dovranno essere seguite per poter tornare a una situazione di maggior libertà. Il distanziamento fisico insieme a mascherine e guanti continueranno a essere protagonisti del prossimo futuro, così come i divieti di assembramento in strada e negli spazi chiusi.

Incubo o speranza? Pessimisti e ottimisti

la ricerca ha suddiviso in due cluster anche il restante 46% di intervistati, che invece rende un’interpretazione più emotiva della normalità che verrà. Il primo gruppo, pari al 25% e denominato Over the rainbow, descrive l’evoluzione dell’emergenza Covid-19 con speranza, ipotizzando il ritorno a una piena normalità in cui si potrà fare tutto quanto si faceva prima del lockdown. L’ottimismo di questo cluster è tale da poter pensare alle vacanze e ai programmi per la prossima estate. Di segno opposto sono invece le emozioni descritte dal restante 21%, il cluster White flag, black future.

Secondo questo gruppo di italiani, gli sforzi fatti fino a ora non saranno sufficienti, la situazione tornerà a peggiorare e sarà necessaria l’adozione di misure restrittive ancora più severe di quelle messe in atto durante la fase 1.

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La produzione italiana a marzo crolla del -28,4%

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Nel mese di marzo 2020 la produzione industriale italiana ha segnato un crollo senza precedenti, tutti i principali settori produttivi hanno registrato variazioni tendenziali negative. Secondo le stime dell’Istat nel mese di marzo l’indice destagionalizzato della produzione industriale è diminuito del 28,4% rispetto a febbraio, mentre nel primo trimestre dell’anno il livello della produzione è sceso dell’8,4% rispetto ai tre mesi precedenti. Rispetto a marzo dell’anno precedente, poi, l’indice è diminuito per più del 29%. Tutti i principali settori di attività economica, sottolinea l’Istat, registrano flessioni sia tendenziali sia congiunturali, in molti casi di intensità inedite. Nella fabbricazione di mezzi di trasporto e nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori, ad esempio, la caduta congiunturale e tendenziale supera ampiamente il 50%.

Senza precedenti la caduta in termini mensili dell’indice destagionalizzato

A quanto afferma l’Istat è “senza precedenti anche la caduta in termini mensili dell’indice destagionalizzato”. A marzo infatti le condizioni della domanda e le misure di contenimento dell’epidemia di Covid-19 hanno determinato un crollo di tutta la produzione industriale italiana. Rispetto a marzo del 2019 l’indice corretto per gli effetti di calendario (ovvero 22 giorni contro 21 dello scorso anno), è diminuito del 29,3%  Ma la riduzione tendenziale secondo l’Istat risulta essere anche la maggiore della serie storica disponibile a partire dal 1990, e supera i valori registrati nel corso della crisi del 2008-2009.

La fabbricazione dei mezzi di trasporto è il settore più colpito

Se tutti i principali settori hanno registrato variazioni tendenziali negative le più rilevanti sono state quelle della fabbricazione di mezzi di trasporto, che hanno subito un arresto pari al -52,6%, le industrie tessili e l’abbigliamento, che sono calate del -51,2%, la fabbricazione di macchinari (-40,1%), e la metallurgia e la fabbricazione di prodotti in metallo (-37%). Il calo minore è stato registrato nelle industrie alimentari, bevande e tabacco, diminuite “solo” del -6,5%.

Essenziale l’afflusso di credito alle imprese con misure di sostegno a fondo perduto

Relativamente meno accentuato è infatti il calo nelle industrie alimentari, bevande e tabacco, che considerando la media degli ultimi tre mesi hanno mantenuto una dinamica tendenziale positiva, riporta Ansa.

“Riavviare l’economia è fondamentale nella seconda parte del 2020 e 2021 – ha commentato il direttore generale di Bankitalia Daniele Franco, intervistato nel corso dell’evento L’Italia genera futuro del Corriere della Sera -. È essenziale che il credito affluisca alle imprese e che vengano adottate misure di sostegno a fondo perduto e per rafforzare il capitale”.  

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Covid-19, per il 75% delle aziende impatto rilevante

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Per il 75% dei manager e delle aziende italiane l’emergenza Coronavirus sta avendo un impatto rilevante. L’84% di loro ha annullato tutti i viaggi e le occasioni di lavoro che richiedono la presenza fisica (65%), e il 70% ha adottato lo smart working per tutti i lavoratori per cui è possibile, mentre il 23% ha chiuso spesso al pubblico. A fronte di un allentamento del blocco nel giro di 15-20 giorni il 75% dei manager vede un calo del fatturato, in particolare, il 38% del 5-10%, il 23% del 15-20%, e il 14% oltre il 30%. Emerge dall’indagine di AstraRicerche per Manageritalia, che dal 5 al 9 marzo ha raccolto l’opinione di 1.452 manager, un campione rappresentativo dei 25 mila dirigenti e 8.500 aziende del terziario privato.

L’andamento dell’economia a un anno è valutato come negativo

Secondo l’indagine, l’andamento dell’economia a un anno è valutato negativo per quella italiana (86%, 48% molto negativo), europea (77%, molto 16%) e globale (70%, molto negativo 11%). Per quanto riguarda l’andamento del proprio settore, questo è valutato negativamente per il 52% degli intervistati (molto negativo, 12%) e quello della propria azienda dal 45% (molto 7%).

Per reagire i manager puntano soprattutto su misure espansive, come sostegno alle vendite (46%), azioni di marketing (38%), sconti/promozioni (22%), riconsiderazione della strategia, con revisione di alcuni aspetti della catena del valore (36%) e della logistica (26%). E anche solo momentaneamente, del modello di business (25%), con una riconsiderazione dei mercati su cui puntare di più.

Opportunità di ampliare lo smart working una volta finita la crisi

Non mancano, anche se minoritarie, le misure restrittive. Si ipotizza infatti di intervenire sul personale bloccando le assunzioni (27%), e nel 22% dei casi interrompendo, anche solo momentaneamente, rapporti di lavoro a tempo determinato (20%) e a tempo indeterminato (7%). Il telelavoro è stato adottato da tante aziende (84%), anche se non per tutti i lavoratori. In molti casi (38%) ha riguardato anche persone che non lo avevano mai fatto prima. Solo nel 16% delle aziende non lo si è potuto fare, anche solo parzialmente. E tanti sono i manager che intravedono, una volta finita la crisi, l’opportunità di ampliarlo passando a un “vero” smart working.

Richieste misure eccezionali per favorire la ripresa dell’attività 

I manager chiedono a Manageritalia un dialogo con Governo e politica per discutere misure eccezionali per favorire la ripresa dell’attività (72%). Per farlo chiedono di costruire insieme con Manageritalia una piattaforma di ipotesi di lavoro per superare la crisi (48%). Chiedono anche supporto per chi dovesse perdere il lavoro e ricollocarsi (46%). Anche a livello informativo (38%) e formativo (22%) per gestire e superare la crisi. Negativo invece il giudizio sui media, insufficienti per il 77% e sufficienti solo per il 23% degli intervistati, e sull’opposizione parlamentare, insufficiente per il 68% e sufficiente per il 25% (l’8% non giudica).

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Dalla chirurgia ai filtri nei selfie il nostro volto va verso l’omologazione

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Dalle possibilità della chirurgia estetica per appianare rughe, tirare su il mento, rimpolpare zigomi e labbra a quelle digitali applicate ai social, con i filtri sulle foto che correggono le imperfezioni e ci fanno più belli. Ma del nostro viso cosa resta? Se l’immagine è quella di volti perfetti, che correggono artificialmente i contorni reali, dove risiede la nostra autenticità? Siamo immersi in una cultura della perfezione, ma in un mondo di diversità. E i canoni di bellezza contemporanei, fortemente segnati dal conformismo, ci spingono verso l’omologazione dei tratti.

Una faccia artificiale per fermare lo scorrere del tempo

Nel presente delle relazioni digitali deviare da questi canoni comporta l’esclusione dai trend sociali. Fotoritocco massiccio sui social network e in pubblicità, influencer digitali indistinguibili da quelli reali, androidi dai tratti sempre più antropomorfi e potenziati da un’intelligenza artificiale sempre più raffinata. Fenomeni che hanno portato nella vita privata e sociale un incontro quotidiano e costante con facce artificiali. Facce molto diverse tra loro, ma accomunate da un obiettivo irraggiungibile, quello di fermare lo scorrere del tempo, riporta Ansa. Ma cosa comportano le trasformazioni in atto per le relazioni interpersonali e la società? Quale ricaduta hanno sulle nostre vite? La scomparsa del “vecchio” volto sarà senza conseguenze per la collettività?

La rimozione del vecchio, la robotica e l’autopercezione di sé

La rimozione del vecchio, sia come concetto sia come manifestazione concreta, e le conseguenti manipolazioni per far apparire eterno il presente, fa entrare in gioco anche l’antico sogno di creare nostri simili, esseri dotati di intelligenza, coscienza ed emozioni. Videografica, robotica, chirurgia, e fotoritocco dilagano. Ma cosa significano queste presenze artificiali per le relazioni interpersonali e per l’auto-percezione di sé? Quale ricaduta ha sulle nostre vite la manipolazione del volto, ciò che ci rende unici e che fa di noi delle persone? L’esperienza perturbante dell’Uncanny Valley, come provato dagli studi di robotica in Giappone, produce inquietudine in chi si trova di fronte a volti molto simili agli umani, ma che umani non sono, come androidi e creazioni della videografica.

Avviare una riflessione urgente sul tema dell’unicità del volto

In questione non c’è la libera scelta individuale, “ma il fatto che esperienze così complesse avvengano senza una consapevolezza diffusa – spiega Lorella Zanardo autrice del documentario Il Corpo delle donne -. Non si tratta pertanto di emettere giudizi, ma di avviare una riflessione urgente perché il volto umano è il luogo dove il senso di esistere si manifesta. Prenderne coscienza è quanto mai necessario”.

Per questo motivo, insieme a Cesare Cantù e in collaborazione con la Fondazione Il Lazzaretto, Lorella Zanardo è impegnata nel progetto Volto Manifesto, un progetto che si pone come obiettivo “stimolare una riflessione aperta sulla trasformazione del volto nell’era digitale – aggiunge l’esperta – invitando a un dialogo collettivo e condiviso sul tema dell’unicità del volto”, e del ruolo che riassume nelle relazioni umane e nella società. 

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Fuga di giovani dall’Italia: manca il lavoro, e si riapre il gap Nord Sud

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I giovani non vogliono stare in Italia, e continuano ad andarsene. Soprattutto i laureati, o chi ha elevati livelli di istruzione. Di fatto, il saldo migratorio verso l’estero ha raggiunto 50mila giovani nel Centro-Nord e 22mila nel Sud. Dal 2000 hanno lasciato il Mezzogiorno 2.015 mila residenti, di cui la metà giovani fino a 34 anni e quasi un quinto laureati. Ma da quanto emerge dal Rapporto Svimez 2019 il Nord Italia non è più tra le locomotive d’Europa. Alcune regioni dei nuovi Stati membri dell’Est superano per Pil molte regioni ricche italiane, avvantaggiate dalle asimmetrie nei regimi fiscali, nel costo del lavoro e in altri fattori che determinano ampi differenziali regionali di competitività.

Il Sud perderà 5 milioni di persone e quasi il 40% del Pil

Secondo il rapporto, per effetto della rottura dell’equilibrio demografico (bassa natalità, emigrazione di giovani, invecchiamento della popolazione) il Sud perderà 5 milioni di persone e, a condizioni date, quasi il 40% del Pil. Solo un incremento del tasso d’occupazione, soprattutto femminile, può spezzare questo circolo vizioso. Per la Svimez, quindi, bisogna tornare a una visione unitaria della stagnazione italiana, smarcandosi dalla lettura dell’aumento delle disuguaglianze esclusivamente legata al confine immutabile tra Nord e Sud, riporta Adnkronos. Per questo motivo vanno valorizzate le complementarità che legano il sistema produttivo e sociale delle due parti del Paese.

Si riapre il divario fra il Centro-Nord e il Mezzogiorno

Nell’ultimo decennio il gap occupazionale tra Sud e Centro-Nord è aumentato dal 19,6% al 21,6%. I posti di lavoro da creare per raggiungere i livelli del Centro-Nord sono quindi circa 3 milioni. Anche perché la crescita dell’occupazione nel primo semestre del 2019 riguarda solo il Centro-Nord (+137.000), cui si contrappone il calo nel Mezzogiorno (-27.000). Al Sud aumenta inoltre la precarietà, che si riduce nel Centro-Nord, e riprende a crescere il part-time (+1,2%), in particolare quello involontario, che nel Mezzogiorno si riavvicina all’80% a fronte del 58% nel Centro-Nord. Stando al rapporto, la riapertura del divario Centro-Nord Mezzogiorno riguarda anche i consumi (+0,2%), ancora al di sotto di -9 punti percentuali nei confronti del 2018, rispetto al Centro-Nord, dove crescono del +0,7%.

La vera sfida è un’attuazione ordinata del federalismo fiscale

Per colmare il deficit infrastrutturale, secondo la Svimez, le richieste di regionalismo differenziato vanno valutate nel contesto di un’attuazione organica e completa del nuovo Titolo V. Secondo Svimez, in quest’ottica il confronto sulla valorizzazione delle autonomie e la riduzione delle disuguaglianze va depurato dalle scorie rivendicazioniste provenienti da Nord e da Sud. E va riportato sui temi nazionali della qualità delle politiche di offerta dei servizi pubblici, e su quelle necessarie per la ripresa della crescita. La vera sfida, sottolinea l’associazione, è un’attuazione ordinata del federalismo fiscale. Una sfida basata sulla definizione dei costi standard e dei Lep (Livelli essenziali delle prestazioni) al fine di assicurare pari diritti di cittadinanza, e un Fondo perequativo per colmare il deficit infrastrutturale.

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Dal 2008 più occupati, ma più lavoro a tempo determinato

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Nel secondo trimestre del 2019 il numero di occupati supera il livello dei corrispondenti tre mesi del 2008, crescendo di 283mila unità. Secondo uno studio della fondazione Di Vittorio (Cgil) cambia tuttavia la composizione dell’occupazione: i dipendenti full time a tempo indeterminato nello stesso periodo calano di 544mila unità, così come calano gli indipendenti, che diminuiscono di 581mila unità nel tempo pieno e di 51mila nel part time. Tra i lavoratori dipendenti crescono invece sia i part time (+732mila a tempo indeterminato e +385mila a termine) sia i contratti a tempo determinato, che aumentano di 726mila unità in totale, e di cui circa il 50% è ricompreso nel part time.

Peggiora sensibilmente la qualità dell’occupazione

Se si prendono in esame le tipologie di lavoro, la qualità dell’occupazione, nonostante la variazione positiva dello stock di occupati, peggiora sensibilmente, anche per le caratteristiche di involontarietà che la contraddistinguono. Lo conferma il fatto che nel secondo trimestre 2019 le ore lavorate siano ancora inferiori al dato dei secondi tre mesi del 2008 (-5,1%). Il calo è maggiore tra gli indipendenti (-14,1% di ore lavorate), che risentono di una contrazione anche nel numero assoluto di occupati. Ciò nonostante la quota di occupati indipendenti in Italia è pari al 23%, contro meno del 15% nell’Eurozona.

Il part time involontario prosegue la sua crescita e arriva al 64,8%

Per il lavoro dipendente lo scarto residuo è del -0,8%, in presenza però di un numero decisamente maggiore di occupati rispetto al 2008 (oltre 900mila). Quindi, con un consistente minor numero di ore effettive pro capite, mentre dovrebbero essere più alte. Questo per effetto dell’aumento del part time e per vuoti di attività legati al tempo determinato. E se la percentuale del part time è leggermente inferiore alla media dell’Eurozona in Italia è nettamente più alta la percentuale di part time involontario. Che nel 2019 prosegue la sua crescita, arrivando nel secondo trimestre al 64,8%, pari a 2,9 milioni di occupati.

Cala il tasso di disoccupazione, ma resta più alto della media Eurozona

Questo utilizzo di part time e tempo determinato involontario è plausibilmente utilizzato da una parte di imprese al fine di rendere i costi competitivi, facendo crescere la quota di lavoro povero nell’occupazione. Al basso tasso di occupazione italiano, sottolinea la fondazione Di Vittorio, corrisponde un tasso di disoccupazione in calo, ma che resta più alto della media dell’Eurozona, riferisce Askanews. Di conseguenza, in Italia il tasso di inattività al secondo trimestre 2019 è del 34%, +7,6 punti percentuali rispetto all’Eurozona.

Si tratta di circa 13 milioni di persone, di cui circa il 70% dichiara esplicitamente di non essere interessato a lavorare, e tra cui si cela una quota di disoccupazione nascosta.

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Cuneo fiscale, quanto incide sui salari italiani ed europe

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Secondo il rapporto dell’Ocse Taxing Wages 2019 in Italia nel 2018 il cuneo fiscale era pari al 47,9%, la terza percentuale più alta tra i Paesi dell’Ocse. In pratica, considerando la busta paga di un lavoratore medio, pari a circa 30 mila euro lordi, su 100 euro lordi l’anno scorso il netto era di 52,1 euro. Quasi la metà.

Ma cos’è il cuneo fiscale? Il Tax wedge (in inglese) è definito dall’Ocse come il rapporto tra l’ammontare delle tasse pagate da un singolo lavoratore medio e il corrispondente costo totale del lavoro per il datore. Nella definizione oltre alle tasse in senso stretto sono compresi anche i contributi previdenziali.

Quindi se per un datore il costo del lavoratore è pari a 100, il cuneo fiscale rappresenta la porzione di quel costo che non va nelle tasche del dipendente, ma nelle casse dello Stato.

Il sistema pensionistico italiano

Nel caso dei contributi i soldi raccolti dallo Stato vengono poi restituiti al lavoratore sotto forma di pensione. Ma, come spiega l’Inps, nel nostro sistema “a ripartizione” sono i lavoratori attualmente in attività a pagare le pensioni che vengono erogate oggi. In pratica, riporta Agi, il pensionato non incassa quanto lui stesso ha versato nel corso della vita lavorativa: non ha un conto personale e separato presso l’Inps.

Sul podio del cuneo più “pesante” Belgio, Germania e Italia

Il rapporto dell’Ocse contiene anche una classifica dei suoi Stati membri in base al peso del cuneo fiscale. Considerando che la media Ocse è del 36,1% nel 2018 l’Italia è terza in classifica, con il 47,9% di cuneo fiscale. Davanti al nostro Paese si posizionano la Germania, con il 49,5%, e il Belgio, primo in classifica, con un cuneo fiscale e contributivo pari al 52,7%. Subito sotto al podio si trova la Francia, con il 47,6%, a pari merito con l’Austria, seguite da Ungheria, Repubblica Ceca, Slovenia, Svezia, Lettonia e Finlandia.

Il Regno Unito è il Paese europeo membro Ocse con il cuneo fiscale minore

Gli altri Stati comunitari grandi e medio-grandi si posizionano molto più in basso nella classifica: la Spagna è sedicesima con il 39,6%, la Polonia ventesima con il 35,8%, e il Regno Unito ventitreesimo. Con il 30,9% poi il Regno Unito è tra i Paesi Ue anche membri dell’Ocse quello con il cuneo fiscale minore.

In fondo alla classifica dell’Ocse non si trova nessuno Stato dell’Unione europea. La percentuale più bassa è infatti attribuita al Cile, con appena il 7% di cuneo fiscale, e davanti, ma staccati per più di 10 punti percentuali, Nuova Zelanda (18,4%) e Messico (19,7%).

Degli Stati europei, ma non Ue, quello con la percentuale più bassa è la Svizzera, con un cuneo fiscale del 22,2%.

Gli Stati Uniti, infine, hanno un cuneo pari al 29,6%.

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Vivere da vincenti, il segreto dei Millennials che credono in se stessi

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Se solo 4 Millennials su 10 si sentono dei vincenti, 8 su 10 non smettono di credere in se stessi, celebrando piccole vittorie quotidiane. Per più di un millennial su 2 (54%), la carriera è l’obiettivo numero 1, ma solo il 25% si sente pienamente realizzato. In amore è invece soddisfatto il 39%, dove è soprattutto la donna a volere come obiettivo a lungo termine mettere su famiglia (68%).

Lo ha scoperto uno studio condotto su più di 800 italiani dai 20 ai 35 anni da Grey Goose, brand premium di vodka, insieme all’istituto di ricerca Trade Lab.

Apprezzare le piccole cose della vita celebrandole con positività

Secondo lo studio, l’universo femminile dei Millennials riconosce che dovrebbe essere più sicuro e determinato (58%), mentre il 50% degli uomini ritiene che per vincere bisogna essere più coraggiosi e ottimisti. Per quasi 3 su 10 poi l’esempio da seguire sono i genitori, ma non mancano i modelli di coloro che ce l’hanno fatta, tra tutti Bebe Vio (24%), Alex Zanardi (19%) e Nelson Mandela (13%). In generale i Millennials adottano una filosofia di vita che prende il nome di Live Victoriously, ovvero vivere da vincente, per cui la ricetta dell’affermazione personale è apprezzare le piccole e grandi cose della vita celebrandole con la giusta positività, riporta Ansa.

Coltivare un’attitudine che trasmetta energia positiva

“Essere vincenti è prima di tutto uno stato mentale – commenta Michele Cucchi, psichiatra e Direttore sanitario del Centro Medico Santagostino – e non significa necessariamente essere ricchi, belli e in forma. È importante innanzitutto convincersi che a decidere se si è vincenti o meno non sono gli altri, ma solo se stessi”.  Il segreto consiste nel focalizzarsi sui piccoli passi da seguire, “ogni giorno faremo qualcosa di piccolo ma speciale – aggiunge l’esperto -. Questa attitudine trasmette energia positiva e permette di vivere come opportunità errori e difficoltà”.

“Concedersi la giusta ricompensa in termini di celebrazione dei traguardi raggiunti”

Seguire questo approccio porta dei sicuri vantaggi anche a livello di benessere psicofisico, fa sentire più vivi, tonici, meno stanchi, e soprattutto dà leggerezza. Alimentando il sistema ortosimpatico, cioè quello che determina funzioni di attacco o di fuga, si è più concentrati e lucidi. “Ma a fare la differenza è soprattutto un approccio mentale che preveda concedersi la giusta ricompensa in termini di celebrazione dei traguardi raggiunti di volta in volta – sottolinea Cucchi -. Concedersi uno stacco aiuta a ricaricarsi e a vivere con il giusto equilibrio, tra senso di responsabilità e leggerezza, ogni passaggio importante o sfida quotidiana. Una ricompensa che aiuta lo spirito e permette di uscirne rafforzati per tagliare nuovi traguardi”.

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