Moda, a Milano il settore del fashion è maschio

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Share on Google+
Google+
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

In Lombardia il 62% delle imprese del settore moda è guidata da uomini, evidenziando quanto il design sia ancora un settore maschile. La concentrazione maggiore di imprese capitanate da signori uomini, con tre attività su quattro, si registra soprattutto a Cremona, Pavia, Varese e Como.

I numeri della moda

In occasione di Milano Moda Uomo, la kermesse di riferimento del settore, è stato fatto il punto su quanto  pesi la moda al maschile nelle imprese. Su 34 mila in Lombardia tra produzione, commercio e design oltre, 21 mila sono guidate da uomini, il 62% del totale, soprattutto nell’attività di design, tre su quattro (75%), e nella produzione, quasi due su tre (63,4%). Superano la media regionale Milano (66%), Varese e Como (65%). Nel design superano l’80% a Cremona e Pavia e nella produzione arrivano al 70% a Varese e Como.

Presenza femminile più forte nel commercio

Le cose cambiano un po’ nel settore commercio, dove si fa più forte la presenza femminile: in questo ambito le donne rappresentano il 43% e gli uomini il 57%, ma non a Milano dove le imprese al maschile sono comunque quasi due su tre (64%). Milano è in cima alla lista per numero complessivo di imprese, ben 13 mila, seguita da Brescia con quasi 4 mila, Bergamo e Varese con oltre 3 mila. Superano le 2 mila anche Como e Monza e Brianza. I dati sono il frutto di un’elaborazione della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi su dati del registro delle imprese al terzo trimestre 2017 e 2016.

Moda italiana, quanto “pesa”?

Complessivamente, nel nostro Paese le imprese della moda sono ben 224 mila. Di queste, 34 mila sono in Lombardia, prima regione per il settore, seguita da Campania con 32 mila e Toscana con 28 mila. Tra le province domina Napoli con quasi 21 mila imprese, seguita da Roma con 15 mila e Milano con 13. Vengono poi Firenze, Prato, Bari e Torino. Dal canto suo, Milano eccelle nel design con quasi 2 mila attività specializzate. A livello nazionale, si conferma la predominanza di uomini al comando delle aziende del settore moda: il 58%.

Numeri d’oro per l’export lombardo

L’export lombardo di moda nel mondo vale 9,6 miliardi di euro nei primi nove mesi del 2017, +4,3% rispetto all’anno precedente. Con quasi 5 miliardi di valore solo nei primi nove mesi (+9% sul 2016), Milano resta leader in Lombardia e in Italia per export. In Lombardia seguono poi Como con 1,1 miliardi, Bergamo con quasi 765 milioni (+6%), Varese con 683 milioni (+2,1%) e Mantova con 633 milioni. In crescita anche Brescia (+2,4%) e Cremona (+5,4%). Stabili Monza Brianza e Lodi. Francia, Stati Uniti e Hong Kong si confermano i principali mercati clienti per l’export lombardo.

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Share on Google+
Google+
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

Case e negozi “tartassati” dal fisco

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Share on Google+
Google+
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

“Ma quanto mi costi…” recitava una pubblicità di qualche anno fa. La definizione, o meglio il lamento, è quanto mai corretto se si parla di case, negozi, uffici, capannoni. Già, perché sulle spalle del patrimonio immobiliare italiano grava un carico fiscale immenso. Solo nel 2016, ultimo dato disponibile, il peso delle tasse sugli immobili è stato di 40,2 miliardi di euro.

Eppure la pressione fiscale scende

Anche se la cifra sembra impressionante, rispetto al 2015 è scesa di qualche punto. Sull’anno precedente il gettito è infatti calato di 3,7 miliardi. Un calo reso possibile soprattutto grazie all’eliminazione della Tasi sulla prima casa. I conti sono stati effettuati dall’Ufficio studi della Cgia,  che ha fatto un vero e proprio calcolo matematico sommando i 9,1 miliardi di euro di gettito riconducibili alla redditività degli immobili (Irpef, Ires, imposta di registro/bollo e cedolare secca), i 9,9 miliardi riferiti al trasferimento degli immobili (Iva, imposta di registro/bollo, imposta ipotecaria/catastale, imposta sulle successioni e sulle donazioni) e i 21,2 miliardi di euro riconducibili al possesso dell’immobile (Imu, imposta di scopo e Tasi).

Poche sorprese per i mesi che verranno

Nel bene e nel male, nei prossimi mesi non dovrebbero esserci variazioni sostanziali. Per quanto riguarda le tasse legate alla proprietà di immobili, il Governo ha messo lo stop all’aumento di tasse locali, come la Tasi o l’Imu. Un provvedimento valido sia per il 2017 sia per il 2018. Spiega il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo: “Fino a qualche anno fa l’acquisto di abitazione o di immobile strumentale costituiva un investimento. Ora, in particolar modo chi possiede una seconda casa o un capannone, sta vivendo un incubo. Tra Imu, Tasi e Tari, ad esempio, questi edifici sono sottoposti ad un carico fiscale ormai insopportabile”.

Tra i più tartassati d’Europa

Mentre chi possiede solo una prima casa ha decisamente beneficiato dall’addio della Tasi, non altrettanto si può dire per i proprietari  di  immobili strumentali. In questo secondo caso, il passaggio dall’Ici all’Imu ha visto raddoppiare il prelievo fiscale. La preoccupazione dei proprietari di seconde o terze case e di immobili ad uso economico non riguarda solo l’eccessivo prelievo fiscale, ma anche la difficoltà nel pagare le tasse. “I contribuenti italiani devono sopportare anche un costo aggiuntivo legato alla burocrazia che attanaglia queste operazioni. Secondo una nostra analisi su dati della Banca Mondiale, per pagare le tasse in Italia sono necessarie 238 ore all’anno. Nell’area dell’euro solo il Portogallo e la Slovenia registrano una situazione peggiore della nostra” aggiunge il segretario Cgia, Renato Mason.

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Share on Google+
Google+
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

Disoccupazione: in calo nel secondo trimestre del 2017

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Share on Google+
Google+
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

Si inizia a intravvedere qualche buona notizia in merito al mercato del lavoro italiano, specie per le persone fino a 24 anni. In base ai dati diffusi dall’Istat, nel secondo trimestre del 2017 il tasso di disoccupazione tra i giovani in età compresa tra i 15 e i 24 anni è sceso dell’1,3%. Il dato trimestrale è stato pari a 34,2%.

Dopo tre trimestri “duri”, occupazione in crescita

Dopo tre trimestri che hanno registrato aumenti, il numero di disoccupati inizia a scendere nel secondo trimestre dell’anno. La stima relative a persone senza occupazione si abbassa a 2 milioni 839mila unità (-154mila in un anno, -5,1%). Il tasso di disoccupazione del trimestre cala di 0,6 punti, attestandosi quindi al 10,9%. E’ il minimo dal 2012. Tale diminuzione riguarda sia gli uomini sia le donne, senza distinzioni, però si riferisce quasi esclusivamente alle aree del Centro Nord. Ancora, coinvolge principalmente le persone con meno di 50 anni di età e, come avere l’Istituto di Statistica, si riferisce in larga parte agli ex occupati, ossia tra chi aveva un’occupazione.

Crescono in particolare i dipendenti a termine

Come riporta l’agenzia di stampa AdnKronos, nel secondo trimestre del 2017 l’occupazione presenta una nuova crescita congiunturale (+78mila, +0,3%) dovuta all’ulteriore aumento dei dipendenti (+149mila, +0,9%), in oltre otto casi su dieci a termine (+123mila, +4,8%). Continuano invece a calare gli indipendenti (-71mila, -1,3%). Su base tendenziale, nel secondo trimestre del 2017 si stima una crescita di 153mila occupati (+0,7%) che riguarda soltanto i dipendenti (+356mila, +2,1%), oltre tre quarti dei quali a termine, a fronte della rilevante diminuzione degli indipendenti (-3,6%).

Bene l’occupazione femminile

In particolare, si registrano segnali positivi per l’occupazione femminile. Nel secondo trimestre del 2017, il tasso di occupazione delle donne è salito al 49,1% sulla base dei dati grezzi Istat (+0,6 punti in un anno). Nonostante questa buona notizia, “la situazione occupazionale delle donne nel nostro Paese è tra le peggiori dell’Ue”, avverte il rapporto dell’Istat. Il nostro paese, per questa voce, è infatti penultima tra i paesi Ue28, “con un divario di 13,2 punti rispetto alla media, seguita soltanto dalla Grecia” aggiunge ancora l’Istituto di Statistica.

Un trend che regge

Anche gli ultimi dati mensili, riferiti nello specifico a luglio 2017, segnalano al netto della stagionalità un aumento degli occupati (+0,3% rispetto a giugno, pari a +59mila unità). Una crescita che si riferisce sia ai dipendenti sia agli indipendenti.

Il commento di Gentiloni

Su Twitter, il premier Paolo Gentiloni ha voluto commentare questi dati: “”Disoccupazione ai minimi dal 2012. Buoni risultati da jobs act e ripresa. Ancora molto da fare su lavoro ma tendenza incoraggiante”.

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Share on Google+
Google+
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin