Com’è il sentiment dei consumatori italiani dopo due anni di pandemia?

Voglia di benessere, di ritornare alla socialità, ma anche timori legati all’inflazione e all’aumento dei prezzi. Con la casa che, ancora, resta un po’ il centro della vita non solo personale. In 24 mesi di pandemia molte cose sono cambiate, come evidenzia il Consumer Tracker di Deloitte. “In due anni di pandemia le priorità e le abitudini dei consumatori italiani sono molto cambiate: benessere personale, sostenibilità ambientale e ricerca di una nuova quotidianità improntata al work-life balance sono sempre più importanti per gli italiani. La diffusione del lavoro da remoto, invece, ha spostato molte attività di consumo in casa e ha creato nuove abitudini che potrebbero rimanere anche dopo la pandemia. Sullo sfondo, molto significativa la preoccupazione per i prezzi in crescita: mentre gli italiani stanno progressivamente tornando alla socialità pre-Covid, la paura dell’inflazione riguarda ben 3 italiani su quattro. Per le aziende che operano in ambito consumer è importante comprendere e intercettare questi cambiamenti per potere essere proattive nell’implementare soluzioni che rispondano ai nuovi bisogni dei consumatori”. Lo afferma Andrea Laurenza, Consumer Industry Leader di Deloitte, nel commentare gli ultimi dati del rapporto, rilevati a febbraio 2022. Con un monitoraggio permanente sulle principali abitudini dei consumatori, il Consumer Tracker di Deloitte indaga le abitudini di consumo di più di 20.000 consumatori in 23 paesi nel mondo. Qualche dato in sintesi: il 45% dei consumatori ha dichiarato di essere alla ricerca di un cambiamento personale e il 41% vuole dare priorità al proprio benessere. Mentre i consumi fuori casa cominciano a risalire, il 75% è preoccupato per l’aumento dei prezzi.

Italiani alla ricerca della work-life balance

Oggi, rispetto a due anni fa, gli italiani hanno dichiarato di sentirsi molto più concentrati sui cambiamenti in atto nella sfera personale. Secondo i dati del Consumer Tracker, infatti, il 45% degli intervistati ha dichiarato di essere alla ricerca di un cambiamento personale, dando priorità al proprio benessere (41%). In linea con questo nuovo atteggiamento, il 45% degli italiani dichiara che negli ultimi 12 mesi ha preferito ridurre gli oggetti e beni materiali in proprio possesso. Inoltre, per il 33% è molto importante trovare più tempo per vivere il presente, a fronte di meno ore di lavoro straordinario. Un cambiamento che attraversa tutte le fasce di reddito, ma che è concentrato soprattutto tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni.  Nonostante la casa sia sempre più la base operativa in cui alternare lavoro, svago e vita privata, i dati mostrano che gli italiani continuano ad avere una forte propensione alla socialità. Infatti, a fronte dei timori per la salute legati alla pandemia, rispetto a 12 mesi fa, circa un italiano su tre (29%) ritiene di cercare una maggiore interazione di persona, quasi doppiando coloro che sentono la necessità di sostituire o mediare l’interazione di persona con i servizi digitali (17%). 

Paura dell’inflazione

Gli italiani, oggi come un anno fa, se non addirittura di più, sono propensi a dare priorità al risparmio per il futuro (47%) rispetto a spendere per il presente (29%), mostrando un certo timore per sfide ancora ignote e per un contesto economico non ancora completamente ristabilito. Nel corso del mese di gennaio 2022, i timori degli italiani legato ai risparmi sono cresciuti di 22 punti percentuali, interessando oltre sette consumatori su dieci. La quota di coloro che intendono dedicare parte del proprio stipendio mensile al risparmio è di un italiano su due. La principale preoccupazione economica percepita nella quotidianità dal 75% degli italiani è l’aumento dei prezzi, un timore dettato dall’inflazione in continua crescita.  

Twitter: con la funzione “modifica tweet” è svolta rivoluzionaria

Svolta epocale per Twitter. La novità era stata annunciata il primo aprile scorso dalla stessa Twitter: per i social dei cinguettii è in arrivo la funzione per la modifica dei tweet. Il social network, da uno dei suoi profili, ha dichiarato quindi che presto sarà possibile correggere i messaggi caratterizzati da un errore, e non sarà più necessario eliminare del tutto il ‘cinguettio’. La svolta ‘edit’ rappresenta un cambiamento rivoluzionario per il social network, una possibilità da anni richiesta da milioni di utenti.
“Visto che tutti lo stanno chiedendo – si legge nel messaggio pubblicato dal profilo Twitter Communications – sì, stiamo lavorando dallo scorso anno sulla funzione ‘modifica’. No, non abbiamo avuto l’idea da un sondaggio. Nei prossimi mesi faremo partire il test per vedere cosa funziona, cosa non funziona e cosa è possibile”.

La novità era stata interpretata come un pesce d’aprile

Il messaggio, però, era stato interpretato come un pesce d’aprile, ma Twitter ha rassicurato: “Non stavamo scherzando…”. 
Come ha spiegato Jay Sullivan, responsabile del prodotto nell’organigramma di Twitter, “Abbiamo studiato come creare la funzione Edit in modo sicuro fin dallo scorso anno e come pianificare i test nei prossimi mesi. La modifica è stata la funzione più richiesta su Twitter per anni – ha aggiunto Sullivan -. Gli utenti vogliono essere in grado di correggere errori a volte imbarazzanti e refusi”. Ma finora l’hanno fatto cancellando e scrivendo nuovamente il tweet.

I limiti per evitare un uso improprio della funzione

“Senza elementi come il limite di tempo, i controlli e la trasparenza relativa a ciò che viene modificato, la funzione potrebbe essere utilizzata in maniera impropria per modificare lo sviluppo di una conversazione pubblica – ha proseguito Sullivan -. La tutela dell’integrità della discussione pubblica è la nostra priorità assoluta mentre ci apprestiamo a intraprendere il lavoro”.

“Un approccio attento e cauto”

“Per questo, ci vorrà del tempo e cercheremo suggerimenti e obiezioni prima di lanciare la funzione Modifica – ha sottolineato Sullivan -. Avremo un approccio attento e cauto, condivideremo gli aggiornamenti man mano che procediamo”.
Ma la nuova funzione non è l’unica novità del social dei cinguettii.
“Questa è solo una delle modifiche che stiamo studiando mentre cerchiamo di dare agli utenti più scelta e controllo nella loro esperienza su Twitter – ha precisato ancora Sullivan -, perché cerchiamo di favorire una conversazione sana e aiutare le persone a sentirsi più a proprio agio su Twitter. Queste sono le cose che ci motivano ogni giorno”.

La Realtà Aumentata nell’eCommerce

Tra le principali novità tecnologiche nel settore degli acquisti una delle più significative 8se non rivoluzionaria) è sicuramente la realtà aumentata. Una tecnologia che consente ai clienti di visualizzare i prodotti in 3D come se fossero fisicamente in un punto vendita, anche se invece sono comodamente sul divano di casa o in ufficio. A sottolineare quanto possa essere strategica l’adozione della AR per i venditori, compresi quelli on line, è Yakkyofy, azienda italiana del settore dei servizi per eCommerce e dropshipping, che ha lanciato un nuovo servizio che offre ai clienti file 3D per la visualizzazione in Realtà Aumentata, facilmente utilizzabili su tutte le principali piattaforme di shopping.

I numeri del mercato della AR

Il mercato della realtà aumentata è arrivato a valere oltre 30,7 miliardi di dollari e dove nel 2021 sono già stati venduti oltre 400.000 occhiali grazie all’AR. I rivenditori online stanno lentamente adottando l’AR, ma oggi solo l’1% di loro utilizza attivamente questa tecnologia. Infatti, in un rapporto di Mobile Marketer, il 52% dei rivenditori ha affermato di non essere pronto ad utilizzare l’AR o altre tecnologie simili. L’AR può aiutare i clienti a capire meglio come un prodotto appare, a valutarne i dettagli da tutte le angolazioni permettendogli, in questo modo, di capire esattamente cosa stiano acquistando e rendendo più facile soddisfare le loro aspettative. Le statistiche mostrano che l’AR aumenta la fiducia degli acquirenti, tanto che il 71% dei consumatori afferma che acquisterebbe più spesso se potesse utilizzare l’AR e il 61% di loro dichiara di preferire gli store che offrono esperienze AR. Secondo uno studio condotto da UPS, il 27% dei consumatori restituisce i prodotti senza una ragione precisa, di conseguenza permettergli di “vedere da vicino la merce prima di acquistarla” anche se virtualmente, può fornire loro maggiori informazioni per decidere se effettuare o meno l’acquisto e, di conseguenza, ridurre la percentuale di resi.

Tasso di conversione fino al +40%

“In base ai nostri studi”, afferma Giovanni Conforti, Ceo e Founder di Yakkyofy, “l’utilizzo della Realtà Aumentata nello shopping online può incrementare il tasso di conversione fino al +40%, aiutare a fidelizzare i clienti e a ridurre la percentuale di resi”. “Per la maggior parte dei proprietari di eCommerce”, continua Conforti, ” realizzare modellazioni 3D, rendering in AR, la fotogrammetria necessarie per permettere la visualizzazione in AR del loro inventario può essere un’impresa molto difficoltosa. Trovare il partner giusto è importante per affrontare questa transizione tecnologica”.

Gender equality: pari opportunità e diritti

Quali sono i cambiamenti in Italia e nel mondo in termini di pari opportunità e diritti delle donne? Risponde WIN International, il network internazionale di ricerche di mercato di cui BVA Doxa fa parte, con l’Annual WIN World Survey – WWS, il report sul gender equality rilasciato nella Giornata Internazionale della Donna. Quando si prendono in considerazione le diverse situazioni e i luoghi in cui misurare il gender equality, la casa conferma risultati più positivi in termini sulla parità dei diritti. Alla fine del 2021, il 70% della popolazione globale ritiene infatti che la parità di genere sia stata raggiunta nelle case, e in Italia la percentuale (69%) è poco inferiore al risultato globale.

Opportunità di carriera

Il 60% della popolazione mondiale ritiene che la parità di genere sia stata raggiunta anche sul posto di lavoro, ma con un dato inferiore per chi è impegnato in politica (50%). In Italia la percezione è diversa e meno paritaria: solo il 38% ritiene che la parità di genere si sia raggiunta al lavoro, percentuale che scende al 37% nell’area politica. Quanto alle opportunità di lavoro e carriera, a livello globale il 37% della popolazione ritiene che le donne abbiano le stesse opportunità lavorative e di sviluppo professionale degli uomini, una percentuale più bassa secondo le dirette interessate (32%). Di contro, il 45% degli intervistati (55% tra le donne) ritiene che le donne abbiano meno opportunità rispetto agli uomini. Inferiori alla media i dati italiani: il 71% vede meno opportunità per le donne rispetto agli uomini, e solo il 22% ritiene che siano rispettate le pari opportunità lavorative.

La violenza fisica e psicologica

I risultati sulla violenza fisica e psicologica subiti dalle donne rispetto agli anni scorsi sono stabili: 16% nel 2021, 17% nel 2020, 16% nel 2019. In linea con queste percentuali l’Italia, con il 15% delle donne che afferma di aver subito violenze fisiche o psicologiche nello scorso anno. Tuttavia, osservando i dati per macroaree, si trova qualche piccolo miglioramento. In Africa, nelle regioni del MENA, dell’APAC e nelle Americhe, il net score delle donne che hanno subito violenze decresce rispettivamente a -7, -5, -2 e -1. Le giovani donne di età compresa tra i 18 e i 24 anni subiscono maggiormente violenza fisica e psicologica (22%), anche se la percentuale decresce di due punti percentuali rispetto al 2020.

Gli indicatori sulle molestie

Il 9% delle donne ha subito molestie sessuali: un risultato che rimane in linea con lo scorso anno (8%).  Le donne di età compresa tra i 18 e i 24 anni hanno subito più molestie sessuali rispetto agli altri gruppi di età, un dato leggermente superiore rispetto allo scorso anno (19% nel 2021, 18% nel 2020). Positiva la riduzione di molestie sessuali in alcune regioni e paesi del mondo, come l’Africa e l’India, dove i valori si sono dimezzati. In Italia la percentuale è sensibilmente inferiore rispetto alla media (4% vs 8%).

Voglia di uno spuntino? Per gli italiani è a base di frutta, snack e cioccolato

Frutta, snack e cioccolato sono gli “ingredienti” per lo spuntino ideale degli italiani. Lo ha scoperto una ricerca condotta da Natruly, la startup spagnola del cibo salutare, che a novembre 2021 ha realizzato una ricerca tra i consumatori italiani per capire come si muove il mercato italiano in fatto di merende. E dalla ricerca di Natruly emerge il quadro di un Paese che ama consumare gli spuntini tra i pasti. Solo l’8,42% degli intervistati non sembra avere questa abitudine, mentre il 45% vi ricorre da 1 a 3 volte al giorno, soprattutto durante il pomeriggio. Il sondaggio evidenzia infatti che il momento migliore per uno spuntino è il pomeriggio.
Agli intervistati Natruly ha poi chiesto se e quando hanno voglia di uno spuntino, e il 52,94% ha risposto: “Sì, ma ai prodotti industriali in commercio, vorrei trovare alternative sane”.

Cercare alternative sane ai prodotti industriali

Se gli intervistati cercano alternative sane ai prodotti industriali le ragioni che spingono gli italiani a spezzare la giornata mettendo qualcosa sotto i denti sono molteplici. Per il 39,6% si tratta di rallegrare la giornata con qualcosa di buono, per il 30,2% è un modo per fare una pausa dal lavoro, e il 37,3% considera lo spuntino un’abitudine sana. E ancora, se nel target italiano oggetto del sondaggio il 40% sceglie la frutta come spuntino, tra le opzioni preferite ci sono anche snack dolci industriali (39,11%), seguiti dal cioccolato (38,61%). La domanda “Cosa ti piace mangiare a merenda?” consentiva infatti di dare più di una risposta.

Controllare l’etichetta per verificare ingredienti, calorie e additivi artificiali

Quando gli italiani comprano snack industriali per fare uno spuntino, però, controllano l’etichetta, soprattutto per verificare gli ingredienti (37,62%), le calorie o lo zucchero (32,67%), e gli additivi artificiali (28,22%).
“Qualunque sia la ragione che spinge a scegliere la merenda, resta il problema che l’industria alimentare propone spuntini golosi, ricchi di zucchero spesso composti da ingredienti artificiali, di solito molto calorici e poco sazianti, tanto da stimolare a un consumo eccessivo – spiega Niklas Gustafson, fondatore di Natruly insieme a Octavio Laguía -.  Alla base dell’alimentazione bilanciata, invece, ci sono ingredienti sani e corrette abitudini”.

L’identikit degli intervistati 

I partecipanti al sondaggio di Natruly sono per il 37,62% uomini e il 62,38% donne. Il 38,62 è residente al Nord, il 22,77% al Centro, la stessa percentuale al Sud, e il 15,84% nelle Isole. Quanto al titolo di studio, il 53,5% ha un diploma di maturità, e per lo più si tratta di laureati o diplomati. Inoltre, il 31,82% fa parte di un nucleo familiare di 4 persone, e il 69,8% si occupa degli acquisti in famiglia.

Food Delivery, piatti vegetariani e micro-spesa i nuovi trend

Il Delivery Report 2021 di Glovo fa emergere le nuove abitudini di consumo: dal food delivery alla spesa cresce la voglia di piatti vegetariani e haute cuisine, ma sul podio resta la cucina italiana, seguita da quella giapponese e cinese. Quanto agli ordini consegnati, nel corso del 2021 pizza, hamburger e pollo sono stati i piatti più richiesti. In tutto il mondo i consumatori si affidano sempre di più al delivery per farsi consegnare a casa i piatti dai ristoranti più amati, o per soddisfare qualsiasi esigenza nell’arco della giornata. Ma tra le richieste di ordini a Glovo c’è anche tanto altro, dai fiori per San Valentino ai documenti di divorzio (Montenegro), fino alle extension per capelli a Roma.

A livello mondiale la cucina italiana conquista il podio

A livello mondiale la cucina italiana siede quindi sul podio, seguita da quella giapponese e cinese, e a livello di specialità il ramen ha sperimentato la più grande crescita, con ordini che hanno superato il 295% rispetto all’anno precedente. Dall’analisi degli ordini di food delivery affiora inoltre la voglia di piatti vegetariani, incrementati a livello mondiale del 71% rispetto al 2020. Ma cresce anche la presenza della haute cuisine, con un aumento degli ordini del 350% da ristoranti stellati e premium per farsi viziare il palato da chef rinomati.

La voglia alimentare sale la domenica

Dall’analisi di Glovo emerge come la giornata in cui si fanno ordini atti a soddisfare le voglie alimentari è la domenica, e in Italia sono più del doppio rispetto a un normale giorno feriale.
Tra i cibi più ordinati, pasticcini ripieni (eclair), i fartòn (tipico dolce di Valenza), i palatschinken, i churros e il gelato.
Nel 2021 cresce però anche il comparto della spesa, che ha registrato un incremento degli ordini del 63% a livello mondiale e del 400% in Italia.
Questo grazie anche alla rete di oltre 70 magazzini urbani, di cui 15 in Italia, distribuiti nelle grandi città, a cui ci si affida soprattutto per la spesa cosiddetta emergenziale. Acqua, cubetti di ghiaccio e banane emergono come gli immancabili nel cestino della spesa dell’ultimo minuto.

Crescono anche gli ordini multi-categoria

Nel 2021 crescono poi anche gli ordini multi-categoria. Tanto che tra i primi posti della classifica ci sono anche i fiori, con le rose e i tulipani che la fanno da padrone, soprattutto nel giorno di San Valentino. A crescere però anche gli articoli per gli animali domestici.
Quanto al ranking degli ordini più strani, secondo il Delivery Report 2021 in Montenegro un rider ha trasportato i documenti di divorzio, in Polonia, un amante del tè ha ordinato 732 bustine, a Roma si sono fatti recapitare d’urgenza le extension per i capelli. Ma il più grande fan di Glovo si trova in Spagna e ha fatto acquisti per un valore di quasi 130.000 euro.

Web e pandemia: cambia l’uso di Internet

Negli 2021 sono 40,9 milioni gli italiani che ogni mese si connettono a Internet, per un tasso di penetrazione del 75% sulla popolazione maggiorenne, +6% rispetto al 2019, ma ancora lontano dai livelli dei Paesi digitalmente più evoluti, come USA (91%), e UK (86%).
I dati di misurazione dell’Audience digitale di Comscore evidenziano come l’accelerazione nell’utilizzo della rete impressa dall’emergenza sanitaria nel 2021 si sia stabilizzata, e dall’analisi degli andamenti mensili i picchi di utilizzo hanno coinciso con le varie fasi di recrudescenza del virus e intensità delle misure di contenimento. Tanto che l’impatto della pandemia si manifesta nella crescita delle audience online sulle categorie di contenuti più direttamente collegate all’emergenza sanitaria e al lockdown.

Più utenti interessati a Government, Education, Health

Rispetto al 2019 si registrano incrementi del 53% degli utenti unici della categoria Government, +48% Education, e +29% Health. I livelli di utilizzo hanno raggiunto rispettivamente il 56%, il 64% e l’86% di penetrazione. Il Covid 19 si è quindi rivelato un fattore di accelerazione dell’utilizzo di Internet per funzioni di pubblica utilità e nel rapporto con la PA, con un impatto più marcato sulle generazioni mature. Considerando il valore medio dei primi undici mesi del 2021 gli italiani trascorrono in rete 2 ore e 37 minuti al giorno (+12% rispetto al 2019). I giovani (18-24 anni) passano su Internet 3 ore e 17 minuti al giorno, quasi un’ora in più rispetto agli over 45 (2 ore e 25 minuti). La maggior parte del tempo di connessione avviene attraverso le mobile App, su cui si trascorre il 75% del tempo speso online (+8% rispetto al 2019).

Cresce l’uso delle App

Si manifesta quindi il fenomeno dell’Appification nella fruizione di Internet, con conseguenze importanti sulle dinamiche di sviluppo e sugli equilibri di mercato. Le prime 10 app per penetrazione sul mercato italiano sono tutte di proprietà di Facebook, Google e Amazon, e rappresentano il 58% del tempo totale speso in App. L’analisi della crescita delle diverse tipologie di App in termini di audience è esplicativa delle fasi d’evoluzione della pandemia.  Le prime tre App in termini di aumento degli utenti unici mensili sono soluzioni di videoconferenza (Teams, Zoom, Google Classroom), mentre quella con la crescita più forte nei primi undici mesi del 2021 è l’AppIO.

La dieta mediatica si polarizza e si differenzia a seconda dell’età

Un altro fenomeno emergente è la progressiva polarizzazione e differenziazione delle diete mediatiche rispetto alla variabile generazionale.
Il dato medio sul totale popolazione vede la televisione ancora prevalente (76%), ma analizzando l’articolazione socio-demografica si osservano notevoli differenze. Nel segmento 18-24 anni la componente digital è prevalente (65%) con la categoria intrattenimento dominata dai provider di video online, che pesa per un 30% a fronte del 35% della televisione. Il peso della televisione cresce proporzionalmente all’aumentare dell’età, fino a raggiungere l’84% nel segmento over 45. 

Se da casa si lavora di più allora non è smart working

Il lavoro agile non è solo un modo per ridurre le possibilità di contagio, né una ‘scappatoia’ per evitare il green pass. È un metodo di lavoro che può portare vantaggi ad aziende e dipendenti, pensato non come risposta all’emergenza sanitaria, quanto a una modalità lavorativa per una quotidiana normalità.
“Il fatto che il lavoro agile assicuri dei vantaggi alle aziende come ai dipendenti è dimostrato dal fatto che tantissime aziende che hanno adottato lo smart working come risposta all’emergenza Covid-19 hanno dichiarato di voler continuare a usare questo metodo anche in futuro – spiega Carola Adami, co-fondatrice Adami & Associati -. A patto però di organizzare il lavoro a distanza in modo migliore rispetto a quanto fatto a marzo 2020”.

I difetti dello smart working di natura emergenziale

E in effetti di punti negativi, il cosiddetto smart working di natura emergenziale, ne ha avuti diversi. Non tanti da rinnegare l’utilità del lavoro a distanza in una situazione in cui l’alternativa era la chiusura di tante aziende, ma il metodo messo in campo durante la pandemia non è stato il migliore.
“Nella maggior parte dei casi – ribadisce Adami – non si è trattato veramente di smart working, quanto invece di lavoro da casa, senza quindi l’agilità che definisce il lavoro agile. Ci sono state aziende – aggiunge Adami – che hanno mostrato un livello di fiducia molto basso nei confronti dei dipendenti che lavoravano a distanza, nonché dipendenti che a loro volta hanno avuto difficoltà a mantenere le proprie performance lavorando nei propri spazi domestici”.

Nel 2020 si ha lavorato di più senza aumentare la produttività

“Lo spirito dello smart working è quello di lavorare con maggiore libertà a livello di orari e di luoghi, garantendo performance uguali o perfino migliori, laddove invece nel telelavoro adottato nel 2020 si è teso talvolta a lavorare di più, senza peraltro un parallelo aumento della produttività – evidenzia Adami -. Lo spettro di perdere il proprio lavoro nel bel mezzo di una crisi sanitaria, economica e sociale non piace ovviamente a nessuno, e da qui la disponibilità a lavorare qualche ora in più tutte le sere, da casa”.
A confermare questa tendenza è Bloomberg, il quale riporta che nei due anni di pandemia i dipendenti da casa hanno lavorato mediamente 2,5 ore in più rispetto a quanto fatto in precedenza.

Le cose devono cambiare

Se molte aziende continueranno ad adottare lo smart working sarà necessario organizzare alla perfezione questo ‘ibrido’ tra lavoro in sede e lavoro a distanza.
“Non ci sono dubbi – conferma Adami – le imprese devono organizzarsi per trasmettere fiducia ai dipendenti, per ridurre al minimo lo stress, e per creare momenti di condivisione. Diventa fondamentale fissare delle regole chiare, sottolineando l’importanza della disconnessione, e abbandonando una volta per tutte la cultura del cartellino: deve essere chiaro che a guidare lo smart working non è l’orario fisso, quanto invece la produttività dei lavoratori”.

Community, social, news e intrattenimento: il menù digitale degli italiani

Gli italiani amano il web, si sa. E il numero dei nostri connazionali che si collega alla rete è in continuo aumento, anche tra le fasce meno tecnologiche della popolazione, come gli over. Fatto sta che il “consumo” on line è cresciuto esponenzialmente nel nostro Paese: ma cosa fanno gli italiani quando navigano? A cosa si appassionano e quali siti frequentano? Lo rivela il report trimestrale dell’Osservatorio SevenData-ShinyStat, progetto nato con l’obiettivo di analizzare l’andamento degli interessi degli italiani sul web. Dai dati, si scopre che i nostri connazionali amano le community online, i social network e l’informazione. Ma non solo: a discapito di quanto si possa credere, chi frequenta il web non è certo un nerd: pur essendo più individualista dal punto di vista fisico rispetto a chi non frequenta la rete, gli utenti di Internet amano l’umorismo (+15% tra maggio e agosto), gli animali (+5%) e la natura (+44%).

Il lavoro non è una priorità

Sembra una stranezza, eppure rispetto al passato il web non è più così strettamente collegato al mondo professionale. Nel vissuto degli italiani in rete, risulta infatti che la rilevanza del mondo del lavoro, intesa come propensione a programmare piani di carriera, nell’ultima osservazione non era sentita come fattore prioritario (-9%). Ciò è soprattutto osservabile nel settore delle Banche e della Finanza (rispettivamente -23% e -20%), nell’Advertising & Marketing (-14%), Accounting & Auditing (-12% ), Business Services (-9%) e nell’Investing (-6%) come, d’altra parte, nel mondo del Legal (-21%), che fa registrare un trend in picchiata. I dati annunciano un trend positivo da settembre a novembre sui temi business. Segnali di una pausa dal mondo del lavoro sono quelli della scarsa attenzione rivolta alle associazioni dei lavoratori (-25%), al mondo delle piccole imprese (-23%) e, in generale, al settore tecnologico collegato all’uso professionale del web, che risulta complessivamente in discesa.

Voglia di svago

 “Dall’analisi del mood dei navigatori in Rete restituita dalla quarta wave dell’Osservatorio – dichiara Fabrizio Vigo, co-founder e ceo di SevenData – emerge la figura di un italiano con grande voglia di svago, meno preoccupato del fronte occupazionale e più orientato alla valorizzazione dell’ambiente (natura e animali) senza fare venire meno l’attrazione per tutto ciò che è web, online communities comprese. Siamo dell’idea, d’altra parte, che i dati rilevati fotografino una maggiore leggerezza degli italiani, seppur con trend non ancora del tutto assestati. In altre parole, l’uscita dalla pandemia deve essere ancora metabolizzata per diventare del tutto consapevolezza strutturale di un nuovo inizio, ma i segnali sono fortemente incoraggianti. Riteniamo quindi che anche le prossime edizioni dell’Osservatorio risentiranno probabilmente di un’instabilità dell’atteggiamento degli italiani che può essere considerata fisiologica in base a una situazione socio-economica attualmente ancora in fase di consolidamento”. 

Nuovo digitale terrestre: ecco gli step della rivoluzione della tv

Siamo pronti al nuovo passaggio? No, non si parla di cambiamenti politici, sociali o temporali, bensì dell’introduzione del nuovo digitale terrestre. Che comunque, nel suo piccolo, qualche scombussolamento lo porterà. Ecco perché è meglio sapere quello che accadrà e giocare d’anticipo per non farsi trovare impreparati o, peggio, con il telecomando della cara, vecchia Tv che non fa più vedere i canali preferiti. Proprio così: il passaggio definitivo al sistema DBV-T2 comporterà, per le Tv non omologate, l’impossibilità di accedere a diversi canali.

Prima data clou: il 15 ottobre

Dal 15 ottobre 2021 le emittenti hanno la facoltà (ma non ancora l’obbligo, che arriverà a fine anno) di introdurre la codifica MPEG-4 per la distribuzione dei canali Tv. La Rai per esempio dovrebbe cominciare con i canali tematici, per poi passare a inizio 2022 a quelli generalisti. Successivamente comincerà la road map per la dismissione della codifica MPEG-2: il passaggio, riporta Italpress, consentirà di avere su una stessa frequenza più canali con una qualità migliore.

Switch off per aree

Il passaggio, però, non sarà in contemporanea in tutta Italia, ma per aree in base a date successive. Eccole: 15 novembre-18 dicembre lo switch off comincia in area 1A cioè la Sardegna; 3 gennaio-15 marzo 2022 si passa in area 2 per il nuovo digitale terrestre. Le Regioni: Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia tranne la provincia di Mantova, provincia di Piacenza, provincia di Trento, provincia di Bolzano. Coinvolta anche anche l’area 3 con Veneto, provincia di Mantova, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna tranne la provincia di Piacenza; 1 marzo-15 maggio parte l’area 4 con Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata, Abruzzo, Molise, Marche; 1 maggio- 30 giugno 2022 chiude con l’area 1B: Liguria, Toscana, Umbria, Lazio, Campania. Il passaggio definitivo al DBV-T2 avverà il 1° gennaio 2023.

Cosa succede per i canali Rai e Mediaset

Per la Rai, ad essere interessati dal cambiamento verso la qualità HD, saranno i nove canali “tematici” – Rai 4, Rai 5, Rai Movie, Rai Yoyo, Rai Sport+ HD, Rai Storia, Rai Gulp, Rai Premium e Rai Scuola – mentre resteranno “contemporaneamente” visibili (sia in alta che in bassa risoluzione) a tutti gli utenti, le tre reti ammiraglie Rai1, Rai2 e Rai3, e la rete di informazione Rainews24. Per Mediaset invece, a fare da apripista per l’alta definizione saranno i canali specifici TGCOM24, Mediaset Italia 2, Boing Plus, Radio 105, R101 TV e Virgin Radio TV; mentre rimarranno contemporaneamente visibili tutti gli altri canali. In questa prima fase, quindi, potranno continuare a ricevere tutti i canali RAI e Mediaset sopra citati solo gli utenti che siano in possesso di TV o decoder che supportano il nuovo sistema di codifica MPEG-4.