Telecomunicazioni, nel 2019 calano i ricavi ma non gli investimenti

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

Nel 2019 i ricavi per il settore delle telecomunicazioni scendono a 26,8 miliardi, il valore più basso degli ultimi 10 anni.  A fronte di aumenti del 50% all’anno dei volumi di traffico dati mobili, e del 25% del traffico dati fisso, il contesto iper-competitivo ha comportato la continua riduzione dei prezzi, e di conseguenza, dei ricavi, ulteriormente ridotti di 1 miliardo di euro. Al contrario, la competizione sui servizi ha trainato l’incremento degli investimenti, in crescita dal 2013, nella costruzione delle reti a banda larga e ultra-larga, radio e in fibra. Lo afferma il rapporto sulla Filiera delle Telecomunicazioni in Italia presentato a Roma da Asstel-Assotelecomunicazioni e le organizzazioni sindacali Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil.

L’anno scorso gli investimenti fissi hanno raggiunto l’incidenza del 25%

Nel 2019 gli investimenti fissi di 7,6 miliardi di euro, di cui oltre 300 milioni di oneri per le frequenze, hanno raggiunto l’incidenza record del 25% sul fatturato totale del settore, spinti dall’espansione delle reti 4G, dall’avvio delle reti 5G e dalla crescita degli accessi alle reti VHCN con prestazioni oltre 100 Mbps.

Questi ultimi hanno raggiunto il numero di 7,1 milioni, pari al 40,5% del totale degli accessi, cresciuti del +37% rispetto al 2019, quando erano 5,2 milioni, riporta Ansa.

Collaborazione tra pubblico e privato e sostegno finanziario alla domanda

“Oggi nelle telecomunicazioni le quattro sfide a cui dare risposta sono molto chiare”, ha sottolineato il presidente di Asstel, Pietro Guindani.

La prima delle quattro sfide è la collaborazione tra il settore pubblico e quello privato per lo sviluppo di nuovi servizi “intelligenti”, in grado di far tornare a crescere il valore del mercato. La seconda, ha spiegato ancora Guindani, “è il sostegno finanziario alla domanda per stimolare l’adozione dei servizi in maniera accelerata”, e in questo modo poter recuperare il ritardo accumulato rispetto ai Paesi nostri competitor.

“Il Recovery Fund è lo strumento da mobilitare”

Una terza sfida riguarda la sostenibilità degli investimenti nelle infrastrutture, un “prerequisito per la competitività, non solo delle imprese di telecomunicazioni, ma del Paese in generale”, ha commentato il presidente di Asstel. Non ultimo, lo sviluppo delle competenze digitali, “dei nostri lavoratori e di tutta la popolazione italiana che risulta essere ultima tra i 28 paesi dell’Unione Europea – ha aggiunto Guindani -. Il Recovery Fund è lo strumento da mobilitare per affrontare e dare soluzione alle esigenze di investimento nelle infrastrutture e nelle competenze digitali”.

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

Ritorno a scuola, tutti i timori dei “grandi”

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

Anche se con qualche difficoltà, la scuola è ricominciata. Dopo mesi di lezioni a distanza, bambini e ragazzi sono tornati a una “quasi” normalità, pur con i limiti e le procedure imposte dalle misure per contrastare il coronavirus. Ma come vivono questo momento i genitori, sia in Italia sia nel Nord America così da fare un paragone? Alla domanda ha risposto un’indagine di Bva-Doxa, che ha raccolto pensieri, opinioni e mood da parte delle famiglie.

La preoccupazione c’è

Lo studio è stato condotto una settimana prima dell’avvio dell’anno scolastico, e non mancano i timori. Tra gli adulti prevale un sentiment negativo: si riconoscono per lo più ‘preoccupati’ all’idea che il figlio/a torni a scuola (41%), confusi (35%) e nervosi (12%). Uno su 3 è fiducioso per il nuovo anno scolastico, più i papà (32%) rispetto alle mamme (26%), e il 10% si dichiara felice che il proprio figlio ritorni tra i banchi di scuola. La positività del rientro emerge quando i genitori descrivono come bambini e ragazzi stanno vivendo il ritorno a scuola. Il 29% dei genitori dichiara che il proprio figlio/a è felice di tornare a scuola, il 21% lo definisce ‘curioso’ e solo il 20% dei genitori dichiara che il proprio figlio è preoccupato, e il 12% nervoso. Più o meno sono le stesse reazioni rilevate in Canada: due terzi dei genitori manifestano sentimenti di preoccupazione per il ritorno a scuola, ma vedono nei loro figli, per oltre il 40%, il desiderio di tornare a scuola.

Cosa fa più paura

Non sorprende che tra le principali preoccupazioni di mamme e papà sia che, tornando a scuola, il figlio si possa ammalare di coronavirus (47%). A impensierire i genitori, e in misura leggermente superiore, è anche la possibilità che il ritorno a scuola possa portare nuovi contagi all’interno della famiglia, indicata dal 53%. Al di là del rischio per i bambini e i ragazzi, si teme la diffusione del virus ad altri membri, magari tra i più anziani e quindi più a rischio. Le famiglie negli Stati Uniti si pongono diversamente: la preoccupazione che il figlio si possa ammalare tornando a scuola, è molto alta e sale al 74%.

Fiducia nella scuola

Tuttavia, le famiglie italiane si dimostrano fiduciose nella risposta che la scuola potrà dare in caso di problemi e nella sua capacità di prendere le decisioni più appropriate per come organizzare le attività nel rispetto delle norme anti contagio. Il 48% dei genitori italiani è sereno anche in questo caso, più che negli Stati Uniti, dove solo il 36% si dice fiducioso. Insomma, in Italia si respira più ottimismo, anche sui banchi.

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

Più controllo e sicurezza in azienda grazie ai badge

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

Oggi sono sempre più le aziende che decidono di adottare delle soluzioni adeguate per riuscire a controllare l’ingresso e l’uscita dei lavoratori dalla sede aziendale. Le ragioni sono da ricercare nella salvaguardia del patrimonio aziendale da eventuali intrusioni inopportune, volte a danneggiare o sottrarre dispositivi e apparecchiature che hanno un certo costo, ma anche nell’ottica di fornire maggiore sicurezza ai dipendenti stessi.

Una soluzione che garantisce controllo e sicurezza

Grazie ai rilevatori di presente infatti, e in particolar modo grazie ai moderni badge timbratura, non solo è possibile impedire l’accesso all’interno dei locali aziendali a tutti coloro i quali non sono autorizzati, ma è anche possibile sapere in ogni momento quanti lavoratori sono presenti all’interno della sede aziendale ed in quale area si trovano esattamente.

Ciò è particolarmente di rilievo in occasioni quali calamità o emergenze che necessitano una immediata evacuazione dalla struttura: pensiamo ad esempio ad un incendio in corso, momento in cui diventa fondamentale sapere quante persone esattamente si trovano ancora all’interno dell’edificio così da poter facilitare anche il lavoro dei soccorritori.

Parliamo dunque di una tecnologia che è in grado sia di preservare quello che è il patrimonio aziendale, ma anche di tutelare l’incolumità dei dipendenti e facilitare le operazioni di soccorso in caso di emergenza. I timbracartellini commercializzati da Cotini srl rappresentano l’avanguardia del settore, e consentono di innalzare notevolmente il livello di sicurezza di ogni tipo di edificio andando così a soddisfare anche diverse norme inerenti la sicurezza sul lavoro.

Ampia possibilità di personalizzazione

È possibile scegliere tra badge magnetici e di prossimità in base alle proprie esigenze, ed è sempre possibile personalizzare i badge mediante un numero progressivo stampato sul badge stesso, o direttamente apporvi il logo aziendale, la ragione sociale nonché la foto di ciascun dipendente. È possibile infine associare i badge a dei pratici portabadge che consentono di averlo sempre a portata di mano ed evitare di perderlo, poggiandolo distrattamente o al tempo stesso evitare di dimenticarlo a casa o in auto.

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

I costi delle tariffe pre e post Covid

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

Come sono cambiate le principali voci di spesa domestica prima e dopo l’emergenza Covid? Alcune spese, come RC auto, tasso dei mutui, bollette di luce e gas sono diminuite, mentre altre, come i tassi dei prestiti e il costo della telefonia fissa sono aumentate. Altre ancora, invece, come i costi per la telefonia mobile e quelli dei conti correnti sono rimasti invariati. Lo ha scoperto Facile.it, che ha confrontato i prezzi offerti dagli operatori a gennaio e a giugno 2020.
Mutui, prestiti e conti correnti
I tassi dei mutui sono rimasti estremamente bassi per tutto il primo semestre dell’anno. Secondo la ricerca il miglior tasso (Taeg) disponibile a giugno 2020 era pari a 0,95%, il 22% in meno rispetto a gennaio 2020 (1,22%). Il settore dei prestiti personali invece ha risentito sia del lockdown sia del peggioramento delle condizioni lavorative degli italiani. Considerando un prestito da 10.000 euro da restituire in 5 anni, il Taeg medio disponibile online è passato dal 6,25% di gennaio al 6,63% di giugno (+6,1%), con un aumento di circa 90 euro in più di interessi per tutta la durata del finanziamento. Per quanto riguarda i correnti invece non emergono differenze dal punto di vista dei costi fissi o variabili rispetto alle offerte rilevate a inizio anno.
Telefonia, Internet, luce e gas
Per le tariffe di telefonia mobile non sono stati rilevati cambiamenti significativi. A giugno la tariffa media mensile per una nuova sim era pari a 13 euro, valore in linea con quello rilevato a inizio anno. Sul fronte delle tariffe di Internet Casa, invece, si evidenzia un lieve aumento del costo delle offerte. Il canone mensile a giugno è aumentato del 4,6% arrivando in media a 28,94 euro.

Per le tariffe luce e gas del mercato libero i prezzi offerti ai consumatori sono mediamente calati. A gennaio si spendevano, in media, 45,26 euro al mese per la luce, mentre a partire da luglio, a parità di consumi, la bolletta è diminuita del 3%. Calo ancor più consistente per il gas, dove la spesa media mensile è diminuita del 4,4%.

Rc auto e noleggio a lungo termine

Durante il lockdown le tariffe assicurative sono diminuite sensibilmente, registrando tra marzo e aprile valori ai minimi storici. Un trend che si è invertito a partire da maggio, anche se i prezzi non sono ancora arrivati ai livelli pre Covid: per assicurare un veicolo a quattro ruote a giugno occorrevano in media 531,32 euro, quasi l’1% in meno rispetto a gennaio. Il settore del noleggio a lungo termine rivolti ai privati, pesantemente colpito dal lockdown, si è adattato al nuovo scenario. Se dal punto di vista del canone non sono state riscontrate variazioni, per far fronte alla scarsa liquidità da parte delle famiglie alcune società hanno potenziato le offerte di veicoli ad anticipo zero. E hanno iniziato a valutare con più flessibilità la possibilità di sospendere i contratti in corso o disdire gli ordini.

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

Il Covid ha cambiato i business model delle Pmi

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

Durante il periodo di lockdown il 76% delle Pmi “top” ha intrapreso la svolta digitale, ovvero ha investito maggiormente in tecnologie 4.0. E circa l’82% delle Pmi più forti ha continuato a investire in tecnologie 4.0 anche durante il lockdown. Come? A partire dalla realtà virtuale e dall’e-commerce, fino alla disintermediazione del rapporto con i clienti, l’accorciamento della filiera e l’implementazione di nuovi servizi per la gestione a distanza. Se l’emergenza Covid ha cambiato il modello di business di moltissime imprese, secondo il Market watch di Banca Ifis le Pmi più votate al cambiamento sono realtà che già prima della crisi ottenevano risultati da due a tre volte sopra la media in termini di ritorno sul capitale (ROE), e potevano vantare una solida posizione finanziaria.

Un’accelerazione della trasformazione digitale riguarda tutti i settori

E se il successo dipende dalla capacità di cambiare il modello di business per molte Pmi top ha significato fare investimenti 4.0. Questa accelerazione della trasformazione digitale ha riguardato sia i settori che durante l’emergenza si sono rafforzati (come il settore tecnologico, il chimico-farmaceutico e quello della logistica e dei trasporti), ma anche i settori del Made in Italy classico, i più colpiti dall’impatto della crisi, come il sistema casa, le costruzioni e l’automotive. Solo le imprese del settore Moda, alle prese con la crisi del modello fast fashion, in questa fase di emergenza hanno registrato un rallentamento degli investimenti 4.0.

Dalla moda slow ai robot collaborativi

Ma in concreto cosa comporta la svolta 4.0 per il mondo produttivo? Ad esempio, l’introduzione di robot collaborativi nelle industrie meccaniche per produrre nel rispetto dei protocolli di sicurezza. Oppure uno “smart working di massa”, o ancora, meno moda usa-e-getta e collezioni stagionali e più capi iconici e tessuti riciclati. Ma anche eventi in streaming, digital showroom, e un nuovo rapporto con la clientela.

Qual è il fattore che determina il successo di un’impresa

Realizzato tra febbraio e maggio 2020, lo studio di Banca Ifis è basato sul web listening di quasi 780 mila conversazioni di 460 mila autori unici, intercettati sul web, e su 37 interviste condotte su un campione significativo di Pmi top, riporta Ansa. Lo studio di Banca Ifis è parte di Fattore I, il progetto di Banca IFIS Impresa, che al fine di valorizzare la piccola e media impresa italiana, indaga quali siano le realtà a crescere maggiormente sul mercato, e perché. Più in particolare, qual è il “fattore” che determina il successo di un’impresa.

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

Come sarà il futuro dopo il Covid-19 secondo gli italiani

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

“Immagina di svegliarti domani mattina e di scoprire che a fronte di nuovi dati sull’emergenza in corso è stato deciso di avviare una nuova fase, con cambiamenti e con l’introduzione di nuove norme. Prova a descrivere quello che succederà durante questa nuova fase, racconta nel dettaglio in che modo cambierà la quotidianità e cosa accadrà nel concreto rispetto alla fase attuale”.

Questa è la domanda posta agli italiani in un approfondimento del tracking BVA Doxa su come sarò il futuro post coronavirus. E da una parte c’è chi si concentra sugli aspetti più pratici relativi al ritorno alla normalità, dall’altra c’è chi guarda all’ipotetica nuova normalità con speranza o timore.  

Imparare una nuova vita

Più in particolare, l’indagine rileva che tra gli italiani si affermano due macro tendenze. Da una parte, che corrisponde al 54% degli intervistati, ci si focalizza maggiormente sul lato pratico e sulle modalità di progressivo riavvicinamento alla vita e alle attività di tutti i giorni, mentre dall’altra, pari al 46% , l’attenzione è rivolta all’evoluzione dell’emergenza stessa, ipotizzando esiti sia positivi sia negativi.

Il 54% degli italiani che proiettano un immaginario più concreto e pratico nella convivenza con il virus  stato suddiviso ulteriormente in due cluster. Il primo, corrispondente al 28% degli intervistati e denominato How to…, riunisce coloro che rivolgono la propria attenzione a come, per poter ripartire, dovranno cambiare tutte le attività lavorative e pratiche nella nuova normalità post Covid-19.

Concentrarsi sulle norme per tornare a una situazione di maggior libertà

In questo caso, dunque, ci si focalizza su come muterà la propria vita da lavoratori e da consumatori, con la messa in pratica di comportamenti ai quali ci si è già abituati nelle fasi precedenti. Nel secondo cluster, denominato Caring in sharing, composto dal 26% degli italiani, ci si concentra su tutte le norme che dovranno essere seguite per poter tornare a una situazione di maggior libertà. Il distanziamento fisico insieme a mascherine e guanti continueranno a essere protagonisti del prossimo futuro, così come i divieti di assembramento in strada e negli spazi chiusi.

Incubo o speranza? Pessimisti e ottimisti

la ricerca ha suddiviso in due cluster anche il restante 46% di intervistati, che invece rende un’interpretazione più emotiva della normalità che verrà. Il primo gruppo, pari al 25% e denominato Over the rainbow, descrive l’evoluzione dell’emergenza Covid-19 con speranza, ipotizzando il ritorno a una piena normalità in cui si potrà fare tutto quanto si faceva prima del lockdown. L’ottimismo di questo cluster è tale da poter pensare alle vacanze e ai programmi per la prossima estate. Di segno opposto sono invece le emozioni descritte dal restante 21%, il cluster White flag, black future.

Secondo questo gruppo di italiani, gli sforzi fatti fino a ora non saranno sufficienti, la situazione tornerà a peggiorare e sarà necessaria l’adozione di misure restrittive ancora più severe di quelle messe in atto durante la fase 1.

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

La produzione italiana a marzo crolla del -28,4%

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

Nel mese di marzo 2020 la produzione industriale italiana ha segnato un crollo senza precedenti, tutti i principali settori produttivi hanno registrato variazioni tendenziali negative. Secondo le stime dell’Istat nel mese di marzo l’indice destagionalizzato della produzione industriale è diminuito del 28,4% rispetto a febbraio, mentre nel primo trimestre dell’anno il livello della produzione è sceso dell’8,4% rispetto ai tre mesi precedenti. Rispetto a marzo dell’anno precedente, poi, l’indice è diminuito per più del 29%. Tutti i principali settori di attività economica, sottolinea l’Istat, registrano flessioni sia tendenziali sia congiunturali, in molti casi di intensità inedite. Nella fabbricazione di mezzi di trasporto e nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori, ad esempio, la caduta congiunturale e tendenziale supera ampiamente il 50%.

Senza precedenti la caduta in termini mensili dell’indice destagionalizzato

A quanto afferma l’Istat è “senza precedenti anche la caduta in termini mensili dell’indice destagionalizzato”. A marzo infatti le condizioni della domanda e le misure di contenimento dell’epidemia di Covid-19 hanno determinato un crollo di tutta la produzione industriale italiana. Rispetto a marzo del 2019 l’indice corretto per gli effetti di calendario (ovvero 22 giorni contro 21 dello scorso anno), è diminuito del 29,3%  Ma la riduzione tendenziale secondo l’Istat risulta essere anche la maggiore della serie storica disponibile a partire dal 1990, e supera i valori registrati nel corso della crisi del 2008-2009.

La fabbricazione dei mezzi di trasporto è il settore più colpito

Se tutti i principali settori hanno registrato variazioni tendenziali negative le più rilevanti sono state quelle della fabbricazione di mezzi di trasporto, che hanno subito un arresto pari al -52,6%, le industrie tessili e l’abbigliamento, che sono calate del -51,2%, la fabbricazione di macchinari (-40,1%), e la metallurgia e la fabbricazione di prodotti in metallo (-37%). Il calo minore è stato registrato nelle industrie alimentari, bevande e tabacco, diminuite “solo” del -6,5%.

Essenziale l’afflusso di credito alle imprese con misure di sostegno a fondo perduto

Relativamente meno accentuato è infatti il calo nelle industrie alimentari, bevande e tabacco, che considerando la media degli ultimi tre mesi hanno mantenuto una dinamica tendenziale positiva, riporta Ansa.

“Riavviare l’economia è fondamentale nella seconda parte del 2020 e 2021 – ha commentato il direttore generale di Bankitalia Daniele Franco, intervistato nel corso dell’evento L’Italia genera futuro del Corriere della Sera -. È essenziale che il credito affluisca alle imprese e che vengano adottate misure di sostegno a fondo perduto e per rafforzare il capitale”.  

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

#PlayApartTogether, la campagna anti Covid-19 per i gamer

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

In questo momento di isolamento sociale i videogiochi consentono soprattutto i giovani di poter trascorrere il tempo libero in modo gratificante e contribuire al loro benessere psichico. I videogiochi sono infatti utili non solo a mantenere le connessioni tra le persone, ma anche a promuovere i messaggi chiave dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Per questo motivo l’Oms ha deciso di sostenere la campagna #PlayApartTogether, dedicata ai gamer e promossa da alcuni fra i principali rappresentanti del comparto videoludico.

L’emergenza coronavirus chiama tutti a fare la propria parte, anche l’industria dei videogames. E l’Accademia Italiana Videogiochi (Aiv) ha deciso di schierarsi al fianco dell’Oms per sostenere, insieme ai big del settore, il potere terapeutico dei videogame.

Diffondere le linee guida dell’Oms per rallentare la diffusione del virus

Utilizzando l’hashtag #PlayApartTogether, attraverso i video Youtube e le proprie pagine social, i leader di mercato, i gamer e tutti i player di spicco del comparto, si sono uniti per diffondere le linee guida dell’Oms utili a rallentare la diffusione del coronavirus, come ad esempio il distanziamento fisico, l’igiene delle mani e altre misure preventive.

“I videogiochi non riguardano solo il divertimento e l’intrattenimento, ma sono anche un mezzo per migliorare le capacità di apprendimento, la ricerca scientifica e le soluzioni creative – dichiara Luca De Dominicis, Presidente e Fondatore di Aiv -. La nostra missione in quanto accademia è quella di condurre i nostri studenti nella creazione di un prodotto che possa essere innovativo, coinvolgente e significativo”.

Seguire le regole, ma anche prendersi cura delle relazioni

“In tutto il mondo le persone si trovano ad affrontare una minaccia, che influisce sui nostri comportamenti sociali – continua De Dominicis -. Ci uniamo a tutti i giocatori grazie alla campagna #PlayApartTogether e incoraggiamo le persone di tutte le età a giocare online, rispettando le regole e i suggerimenti forniti dall’Oms e dai nostri governi per combattere la diffusione di Covid-19. È fondamentale che ognuno di noi rimanga a casa e segua le regole – puntualizza De Dominicis – ma è altrettanto importante prendersi cura delle proprie relazioni”. Le comunità di videogiochi e i giochi online sono una risorsa utile, perché rappresentano un collegamento tra le persone e un modo di socializzare e stare insieme.

Il ruolo dei videogames nella crisi sanitaria mondiale

Alla campagna #PlayApartTogether oltre ad Aiv e ai suoi ragazzi hanno aderito anche Activision, Twitch, Big Fish Games e Youtube Gaming, riporta Askanews. Un segnale forte che mira a sottolineare ancora di più il ruolo dei videogiochi, che in questo momento di grave crisi sanitaria servono a informare l’enorme platea mondiale dei giocatori sulle norme da seguire per la salute e la sicurezza, propria e degli altri. Oltre che a fungere da punto di contatto tra le persone in tutto il mondo.

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

Covid-19, per il 75% delle aziende impatto rilevante

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

Per il 75% dei manager e delle aziende italiane l’emergenza Coronavirus sta avendo un impatto rilevante. L’84% di loro ha annullato tutti i viaggi e le occasioni di lavoro che richiedono la presenza fisica (65%), e il 70% ha adottato lo smart working per tutti i lavoratori per cui è possibile, mentre il 23% ha chiuso spesso al pubblico. A fronte di un allentamento del blocco nel giro di 15-20 giorni il 75% dei manager vede un calo del fatturato, in particolare, il 38% del 5-10%, il 23% del 15-20%, e il 14% oltre il 30%. Emerge dall’indagine di AstraRicerche per Manageritalia, che dal 5 al 9 marzo ha raccolto l’opinione di 1.452 manager, un campione rappresentativo dei 25 mila dirigenti e 8.500 aziende del terziario privato.

L’andamento dell’economia a un anno è valutato come negativo

Secondo l’indagine, l’andamento dell’economia a un anno è valutato negativo per quella italiana (86%, 48% molto negativo), europea (77%, molto 16%) e globale (70%, molto negativo 11%). Per quanto riguarda l’andamento del proprio settore, questo è valutato negativamente per il 52% degli intervistati (molto negativo, 12%) e quello della propria azienda dal 45% (molto 7%).

Per reagire i manager puntano soprattutto su misure espansive, come sostegno alle vendite (46%), azioni di marketing (38%), sconti/promozioni (22%), riconsiderazione della strategia, con revisione di alcuni aspetti della catena del valore (36%) e della logistica (26%). E anche solo momentaneamente, del modello di business (25%), con una riconsiderazione dei mercati su cui puntare di più.

Opportunità di ampliare lo smart working una volta finita la crisi

Non mancano, anche se minoritarie, le misure restrittive. Si ipotizza infatti di intervenire sul personale bloccando le assunzioni (27%), e nel 22% dei casi interrompendo, anche solo momentaneamente, rapporti di lavoro a tempo determinato (20%) e a tempo indeterminato (7%). Il telelavoro è stato adottato da tante aziende (84%), anche se non per tutti i lavoratori. In molti casi (38%) ha riguardato anche persone che non lo avevano mai fatto prima. Solo nel 16% delle aziende non lo si è potuto fare, anche solo parzialmente. E tanti sono i manager che intravedono, una volta finita la crisi, l’opportunità di ampliarlo passando a un “vero” smart working.

Richieste misure eccezionali per favorire la ripresa dell’attività 

I manager chiedono a Manageritalia un dialogo con Governo e politica per discutere misure eccezionali per favorire la ripresa dell’attività (72%). Per farlo chiedono di costruire insieme con Manageritalia una piattaforma di ipotesi di lavoro per superare la crisi (48%). Chiedono anche supporto per chi dovesse perdere il lavoro e ricollocarsi (46%). Anche a livello informativo (38%) e formativo (22%) per gestire e superare la crisi. Negativo invece il giudizio sui media, insufficienti per il 77% e sufficienti solo per il 23% degli intervistati, e sull’opposizione parlamentare, insufficiente per il 68% e sufficiente per il 25% (l’8% non giudica).

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

L’impatto del fintech sulle banche italiane

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin

Le banche che non si adatteranno al digitale rischiano di subirne l’impatto. La corsa alle tecnologie finanziarie potrebbe innescare un profondo cambiamento nel settore bancario italiano. Se buona parte delle banche italiane si sono adattate bene digitale, migliorando i propri processi interni e offrendo ai clienti soluzioni innovative, l’adozione su vasta scala dell’open banking potrebbe richiedere più tempo del previsto. Soprattutto a causa del conservatorismo della clientela, ancora affezionata ai servizi finanziari tradizionali. È quanto emerge da un rapporto di S&P sugli effetti del digitale sulle banche italiane, dal titolo Tech Disruption in Retail Banking.

Le grandi banche hanno maggiore capacità di investire nell’innovazione

Secondo il rapporto gli istituti di credito ancora restii verso il digitale e i servizi online nel breve periodo non corrono gravi rischi, ma l’impatto del fintech potrebbe essere molto duro su chi non riuscirà a stare al passo con l’innovazione e con un mercato digitale sempre più competitivo, riporta Agi.

“Per questo motivo prevediamo una crescente divergenza nel settore bancario italiano –  commenta Mirko Sanna, analista di S&P Global Rating -. Le grandi banche, con maggiori economie di scala, hanno una maggiore capacità di investire nell’innovazione digitale e migliorare la loro efficienza diversificando il loro flusso di ricavi”. Ma il digitale può essere un vantaggio nel breve periodo anche per gli istituti di credito più piccoli, che grazie a un modello di business più agile e leggero “potrebbero adattarsi rapidamente all’evoluzione delle preferenze dei consumatori – continua Sanna – sfruttando le opportunità offerte dall’open banking”.

Nuovi mercati e nuovi servizi attirano centinaia di migliaia di clienti

Il digitale ha aperto nuovi mercati anche nei servizi finanziari, e su queste nuove frontiere hanno cominciato a muoversi con successo servizi come quello offerto dall’italiana Satispay o dalla banca online N26, o da Revolut. Player capaci di attrarre centinaia di migliaia di clienti nei mercati in cui operano. Ed è proprio da questi servizi che può arrivare una minaccia alle banche tradizionali. Alcune banche hanno aperto alle startup fintech comprandone i servizi, o cercando di svilupparne di simili. Ma molte restano indietro, soprattutto per questioni culturali.

L’impatto della disruption aumenterà quando i giovani avranno accesso ai servizi finanziari

L’Italia è ancora indietro nell’uso dell’home banking, circa il 40% dei clienti ne fa uso, contro una media del 60% in Europa, così come per l’uso di servizi fintech. Ma per S&P questo è uno scenario destinato a cambiare, e in tempi rapidi. “Crediamo che l’impatto della disruption tecnologica aumenterà quando la popolazione più giovane avrà accesso ai servizi finanziari – si legge nel report-. Ci aspettiamo che questo cambiamento partito dai servizi di pagamento e di credito, due segmenti con cui tradizionalmente si cominciano a usare i servizi finanziari, coinvolga anche i risparmi e gli investimenti”.

Condividi questo articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin