Web e pandemia: cambia l’uso di Internet

Negli 2021 sono 40,9 milioni gli italiani che ogni mese si connettono a Internet, per un tasso di penetrazione del 75% sulla popolazione maggiorenne, +6% rispetto al 2019, ma ancora lontano dai livelli dei Paesi digitalmente più evoluti, come USA (91%), e UK (86%).
I dati di misurazione dell’Audience digitale di Comscore evidenziano come l’accelerazione nell’utilizzo della rete impressa dall’emergenza sanitaria nel 2021 si sia stabilizzata, e dall’analisi degli andamenti mensili i picchi di utilizzo hanno coinciso con le varie fasi di recrudescenza del virus e intensità delle misure di contenimento. Tanto che l’impatto della pandemia si manifesta nella crescita delle audience online sulle categorie di contenuti più direttamente collegate all’emergenza sanitaria e al lockdown.

Più utenti interessati a Government, Education, Health

Rispetto al 2019 si registrano incrementi del 53% degli utenti unici della categoria Government, +48% Education, e +29% Health. I livelli di utilizzo hanno raggiunto rispettivamente il 56%, il 64% e l’86% di penetrazione. Il Covid 19 si è quindi rivelato un fattore di accelerazione dell’utilizzo di Internet per funzioni di pubblica utilità e nel rapporto con la PA, con un impatto più marcato sulle generazioni mature. Considerando il valore medio dei primi undici mesi del 2021 gli italiani trascorrono in rete 2 ore e 37 minuti al giorno (+12% rispetto al 2019). I giovani (18-24 anni) passano su Internet 3 ore e 17 minuti al giorno, quasi un’ora in più rispetto agli over 45 (2 ore e 25 minuti). La maggior parte del tempo di connessione avviene attraverso le mobile App, su cui si trascorre il 75% del tempo speso online (+8% rispetto al 2019).

Cresce l’uso delle App

Si manifesta quindi il fenomeno dell’Appification nella fruizione di Internet, con conseguenze importanti sulle dinamiche di sviluppo e sugli equilibri di mercato. Le prime 10 app per penetrazione sul mercato italiano sono tutte di proprietà di Facebook, Google e Amazon, e rappresentano il 58% del tempo totale speso in App. L’analisi della crescita delle diverse tipologie di App in termini di audience è esplicativa delle fasi d’evoluzione della pandemia.  Le prime tre App in termini di aumento degli utenti unici mensili sono soluzioni di videoconferenza (Teams, Zoom, Google Classroom), mentre quella con la crescita più forte nei primi undici mesi del 2021 è l’AppIO.

La dieta mediatica si polarizza e si differenzia a seconda dell’età

Un altro fenomeno emergente è la progressiva polarizzazione e differenziazione delle diete mediatiche rispetto alla variabile generazionale.
Il dato medio sul totale popolazione vede la televisione ancora prevalente (76%), ma analizzando l’articolazione socio-demografica si osservano notevoli differenze. Nel segmento 18-24 anni la componente digital è prevalente (65%) con la categoria intrattenimento dominata dai provider di video online, che pesa per un 30% a fronte del 35% della televisione. Il peso della televisione cresce proporzionalmente all’aumentare dell’età, fino a raggiungere l’84% nel segmento over 45. 

Fiducia, a dicembre aumenta per i consumatori ma diminuisce per le imprese

Sono due binari differenti quelli che vedono la fiducia dei consumatori italiani e quella espressa dalle imprese del nostro Paese. A decretare un sentiment nazionale diviso in due è l’Istat, nella consueta rilevazione del clima di fiducia questa volta riferita al mese di dicembre 2021. Più nel dettaglio, nell’ultimo mese del 2021 l’Istituto Nazionale di Statistica ha stimato un lieve aumento dell’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 117,5 a 117,7), mentre l’indice composito del clima di fiducia delle imprese flette da 114,8 a 113,1, anche se si mantiene su livelli decisamente elevati. In generale, le imprese esprimono un peggioramento delle aspettative sulla produzione nel manifatturiero, di quelle sugli ordini nei servizi e di quelle sull’occupazione presso l’impresa nelle costruzioni.

I cittadini sono più ottimisti per quanto riguarda la loro situazione personale

L’ incremento dell’indice di fiducia espresso dai consumatori, seppur di modesta entità, è dovuto essenzialmente ad un miglioramento del clima personale (da 110,0 a 110,4) e di quello corrente (da 115,2 a 115,6). Diverso invece il discorso per quanto riguarda lo scenario economico e le prospettive future, che appiano nel segno del pessimismo. Il clima economico e quello futuro sono, infatti, in leggero peggioramento (i relativi indici calano, rispettivamente, da 139,8 a 139,6 e da 121,0 a 120,8).

Imprese, indice di fiducia in calo ma non per quelle delle costruzioni e del commercio

Con riferimento alle imprese, l’indice di fiducia è in diminuzione nell’industria manifatturiera (da 115,9 a 115,2) e nei servizi di mercato (da 111,3 a 110,2) mentre aumenta nelle costruzioni (da 157,4 a 159,1) e nel commercio al dettaglio (da 106,8 a 107,4). Quanto alle componenti degli indici di fiducia, nella manifattura migliorano leggermente i giudizi sugli ordini mentre diminuisce l’ottimismo delle aspettative sulla produzione e le scorte sono giudicate in accumulo. Nei servizi di mercato, il calo dell’indice è determinato dalle aspettative sugli ordini che diminuiscono marcatamente soprattutto nel settore dei servizi turistici, che negli ultimi mesi hanno visto messa in difficoltà la loro attività dalla pandemia e da tutte le relative limitazioni.
Con riferimento al comparto delle costruzioni, un miglioramento dei giudizi sugli ordini si abbina ad aspettative sull’occupazione in peggioramento. Invece, nel commercio al dettaglio tutte le componenti si muovono in senso favorevole. Non resta che aspettare la prossima rilevazione, sperando che la situazione – specie quella pandemica – si possa assestare.

Consumi, in 2 anni sono stati persi quasi 4mila euro di spesa a famiglia

“Nonostante il recupero registrato durante il 2021, dall’inizio dell’emergenza sanitaria la crisi innescata dal Covid ha cancellato quasi 4mila euro di spesa a famiglia”: la stima è di Confesercenti, che definisce la pandemia “uno tsunami per i consumi”. 
Il dato calcolato da Confesercenti è la somma della riduzione dei consumi rispetto al livello pre-crisi registrata in media da ogni famiglia nel 2020, pari a -2.653 euro, e nel 2021 (-1.298 euro), per un totale di -3.951 euro. A livello territoriale, l’arretramento peggiore si registra in Toscana, con una perdita reale di 9.119 euro di spesa per nucleo familiare. A seguire, nella classifica delle regioni che hanno perso di più, il Molise (-5.903 euro a famiglia), il Piemonte (-5.724 euro) e la Basilicata (-5.491 euro). Ma perdite superiori ai 5mila euro per nucleo familiare si rilevano anche in Sardegna (-5.305 euro), Veneto (-5.117 euro) e Valle D’Aosta (-5.014).

La compressione dei consumi nelle regioni italiane

Una compressione dei consumi delle famiglie appena sotto la soglia dei 5mila euro si registra invece in Lombardia (-4.969 euro per nucleo) e Trentino Alto-Adige (-4.620 euro), mentre subiscono una perdita superiore ai 3mila euro Puglia (-3.951 euro), Emilia-Romagna (-3.776 euro), Marche (-3.413 euro) e Umbria (-3.338 euro). Sopra i 2mila euro è invece la riduzione di spesa stimata per Calabria (-2.796 euro a famiglia), Liguria (-2.676 euro), Campania (-2.626 euro) e Friuli-Venezia Giulia (-2.554 euro). Contengono invece le perdite, comunque sopra la soglia dei mille euro, Lazio (-1.568 euro a famiglia), Abruzzo (-1.402 euro) e Sicilia (-1.025).

Cosa pesa sul calo dei consumi?

Secondo Confesercenti, a pesare sul calo dei consumi sono diversi fattori. Innanzitutto, i lockdown e le restrizioni che hanno interessato il nostro Paese tra il 2020 e i primi sei mesi del 2021. Ma a incidere sono anche la riduzione dei redditi da lavoro, l’inflazione e l’incertezza, che porta le famiglie a mantenere un tasso di risparmio ancora superiore rispetto a quello dei periodi precedenti alla pandemia, riporta Askanews.

La riforma fiscale deve ‘liberare’ le risorse delle famiglie

“La pandemia ha avuto un impatto devastante sui consumi delle famiglie – commenta la presidente Confesercenti Patrizia De Luise -. Sommando i consumi persi nel 2020 e nel 2021, è come se le famiglie avessero perso due-tre mesi di entrate. Bisogna intervenire per accelerare il recupero, perché dai consumi interni dipende circa il 60% del nostro Pil. La via maestra è quella fiscale: la riforma del fisco, che inizierà proprio con la manovra di quest’anno, deve liberare il più possibile le risorse delle famiglie”.

Il 38% delle Pmi italiane non ha l’assicurazione

A oggi solo il 62% delle Pmi italiane dispone di una copertura assicurativa. I 4,35 milioni di Pmi, il 99,3% delle imprese italiane in attività, risultano infatti fortemente sotto assicurate, al punto che 1 milione e 653 mila, il 38% del totale, non dispone di un’assicurazione. Complice anche lo scarso livello di alfabetizzazione finanziaria e digitale, le Pmi hanno una bassa percezione dei rischi che l’attività imprenditoriale comporta. Di conseguenza, tendono a sottostimare l’impatto che un evento potrebbe avere sulla loro attività. Secondo lo studio Next Level for Insurance – SME segment, realizzato da CRIF, IIA – Italian Insurtech Association e Nomisma, nell’ultimo anno però la percezione del rischio da parte delle Pmi è aumentata per 7 imprese su 10.

Quasi assenti le coperture per cyber risk e interruzioni di attività

Oltre a essere un segmento sotto assicurato, è ampiamente diffusa la tendenza a ‘sottoscrivere poco’: il 71% delle Pmi ha infatti sottoscritto una copertura RC verso terzi, il 64% incendio, e il 56% furto, ma si scende al 39% per la responsabilità civile degli amministratori. Sono quasi assenti, invece, le coperture per cyber risk (9%) e le interruzioni di attività (8%), due aspetti che invece nel 2021 hanno prodotto un effetto critico sulla continuità del business delle aziende. Per far fronte a questo scenario, la risposta dei player assicurativi per i prossimi 12 mesi sarà proporre ai clienti nuovi prodotti, ma soprattutto, servizi di valore aggiunto, dove la consulenza assicurativa diventerà sempre più strategica.

Per l’82% degli insurer la cyber security è una priorità

Quanto al cyber risk, può essere considerato una nuova categoria assicurativa. Secondo il Rapporto Clusit (Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica) nel primo semestre 2021 sono stati analizzati 1.053 attacchi cyber gravi e 4 su 5 hanno coinvolto le Pmi. In generale, gli attacchi di cybersecurity hanno determinato in Italia 7 miliardi di costi diretti e indiretti per le imprese. Questa situazione conferma che non esistono sistemi inviolabili e i potenziali danni sono ormai conclamati. Proprio in questa direzione si stanno muovendo gli insurer, l’82% dei quali indica la cyber security come una priorità. Tanto che nei prossimi 12 mesi il 17% delle imprese assicurative la introdurrà come elemento di offering, a fronte di un 65% che già sta presidiando quest’area.

Proporre servizi accessori e complementari alle polizze
Secondo la ricerca il 69% delle compagnie assicurative proporrà servizi accessori e complementari alle polizze, in particolare, per supportare le Pmi in ambito cyber security (82%), marketing e digital advertising (59%), consulenza alla crescita del business (58%) e servizi per certificare l’impresa a livello di sostenibilità in ambito ESG (50%). Un tema quest’ultimo sempre più importante anche per le Pmi, che nel 74% dei casi ha indicato come una certificazione di sostenibilità possa contribuire ad accrescere la reputazione dell’azienda, e per il 50%, di ridurre i rischi in quest’ambito.

Produzione industriale lombarda: +2,5% nel terzo trimestre

Dall’indagine congiunturale di Unioncamere Lombardia relativa al terzo trimestre 2021 emerge che la produzione industriale lombarda cresce del +2,5% congiunturale, e l’indice Unioncamere Lombardia raggiunge un nuovo punto di massimo storico (118,2). Questo, grazie all’incremento sullo stesso periodo del 2020 (+12,0%) e sullo stesso trimestre 2019 (+6,2%). Al recupero produttivo fanno da traino gli ordini domestici (+3,0% congiunturale) e quelli esteri (+1,3%), che rimangono sopra i livelli pre-crisi, ma agganciano la ripresa anche le aziende artigiane manifatturiere, con un incremento congiunturale della produzione del +4,7%, e una crescita tendenziale del +9,4%. Il comparto artigiano riesce così a finalmente a recuperare i livelli pre-crisi, registrando un +3,6% rispetto allo stesso trimestre 2019.

Le dinamiche per i settori dell’industria
A eccezione dell’abbigliamento e del tessile tutti i settori nell’industria registrano incrementi significativi sul terzo trimestre 2020 e riescono superare anche livelli del terzo trimestre 2019.
Ottima performance di Gomma-plastica (+10,4%), Meccanica (+9,1%), Minerali non metalliferi (+9,0%), industria varie (+8,8%) e Chimica (+8,7%). Oltre i livelli pre-crisi anche Siderurgia (+7,8%), Alimentare (+6,3%) e Legno-mobilio (+4,7%). Per Mezzi trasporto (+2,4%), Carta-stampa (+1,7%) e Pelli-calzature (+1,3%) la ripresa sembra avviata a ritmi più lenti, e sono ancora in affanno il Tessile (-6,0%) e l’Abbigliamento (-22,1%). Più negativo il quadro dell’artigianato, con quattro settori ancora sotto i livelli del terzo trimestre 2019: manifatturiere Varie (-2,2%), Carta-stampa (-2,4%), Abbigliamento (-6,6%) e Pelli-calzature (-21,78%). Il Tessile (+0,1%) raggiunge i livelli 2019, ma non riesce a spingersi molto oltre.

Crescono fatturato e ordinativi
Il fatturato a prezzi correnti dell’industria cresce dell’1,9% congiunturale, e il confronto con lo stesso trimestre 2019 registra un +12,3%, legato anche all’incremento dei prezzi in atto. Per le imprese artigiane il fatturato cresce del +4,3% congiunturale, sufficiente a superare i livelli pre-crisi (+4,1% sul terzo trimestre 2019). Inoltre, la quota del fatturato estero sul totale rimane elevata per le imprese industriali (38,7%) e resta poco rilevante, ma in crescita, per le imprese artigiane (8,2%). Gli ordinativi dell’industria crescono invece del +1,3% congiunturale dall’estero e del +3,0% dall’interno, e si mantengono ben oltre i livelli dello stesso trimestre del 2019 (+12,4% gli ordini interni e +14,7% quelli esteri). Risultati più contenuti per l’artigianato, che rispetto al 2019 registra un incremento del 2,1% per il mercato estero e un segno negativo per l’interno (-1,3%). Il dato congiunturale per quest’ultimo però è positivo (+5,4%).

Saldo positivo per l’occupazione
L’occupazione per l’industria presenta un saldo positivo (+0,3%) e una diminuzione del ricorso alla CIG. Le aziende che dichiarano di aver utilizzato ore di Cassa Integrazione scende infatti al 9,7%, e la quota sul monte ore allo 0,8%. Per l’artigianato il saldo occupazionale è negativo (-0,1%), ma con ricorso alla CIG in diminuzione. Le aziende che dichiarano di aver utilizzato la Cassa Integrazione sono il 12,4%, e la quota sul monte ore scende al 1,1%.

L’importo dei mutui registra il valore più alto degli ultimi 10 anni

Da quanto emerge dall’analisi delle richieste di mutuo per l’acquisto di un’abitazione, registrate sul Sistema di Informazioni Creditizie di CRIF, nel mese di ottobre 2021 si conferma una crescita ulteriore dell’importo medio (+6,8%), che con 142.345 euro tocca il valore più elevato degli ultimi 10 anni. La dinamica del comparto fa però segnare una flessione del -16% rispetto a ottobre 2020, un dato in linea con il trend del trimestre precedente. Questo, nonostante la costante crescita  delle istruttorie presentate dagli under 35 (+2,6%), che arrivano a piegare una quota record del 30% del totale.

Le richieste tra 100.000 e 150.000 euro sono la soluzione preferita dagli italiani

Nel complesso, le richieste tra 100.000 e 150.000 euro rappresentano la soluzione preferita dagli italiani (circa 30% del totale), un dato in linea con il corrispondente periodo del 2020. Al secondo posto (25,6%) permane la classe di importo tra 150.000 e 300.000 euro, mentre valori al di sotto dei 100.000 euro caratterizzano 4 richieste su 10. A ottobre si registra però una flessione generalizzata delle richieste da parte di tutte le fasce di richiedenti, a eccezione degli under 35, che registrano il dato più alto degli ultimi 10 anni. In particolare, la classe tra i 18 e i 24 anni è invece arrivata al 2,7% rispetto al 2,2% di un anno fa, e quella tra i 25 e i 24 anni al 27,3% (vs 25,2% di ottobre 2020). La classe di età che rappresenta la quota maggioritaria delle richieste di mutuo rimane comunque quella compresa tra i 35 e i 44 anni, con il 32,7%% del totale.

Maggiori richieste per una durata tra i 26 e i 30 anni

Dall’analisi della distribuzione delle richieste per durata si conferma il trend degli scorsi mesi, che vede la classe compresa tra i 26 e i 30 anni sempre più in cima alle preferenze delle famiglie, con il 27,6% del totale (+4,4%). Cresce anche la classe tra i 20 e i 25 anni (+1,1% vs 2020), che assorbe il 24,1% delle richieste totali. In generale, quasi 8 richieste su 10 presentano piani di rimborso superiori ai 15 anni, a conferma dell’atteggiamento tradizionalmente prudente delle famiglie italiane, che tendono a spalmare la restituzione del finanziamento su un orizzonte temporale sufficientemente lungo per ridurre quanto possibile il peso delle rate sul bilancio familiare.

Aumentano sia i prezzi degli immobili sia le compravendite

 “La ripresa delle compravendite e la crescita dei prezzi degli immobili testimoniano il ritrovato interesse da parte degli italiani per il progetto di investimento sulla casa – commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF -. Questo si riflette, coerentemente, su un importo dei mutui richiesti in costante aumento, al punto da aver toccato a ottobre il valore più elevato degli ultimi 10 anni. Possiamo leggere questo dato come una positiva indicazione del livello di fiducia delle famiglie, che in questa fase di ripartenza dell’economia si sentono di poter prendere impegni di lungo termine con la certezza di riuscire a sostenere gli oneri finanziari senza eccessivi affanni”.

Se da casa si lavora di più allora non è smart working

Il lavoro agile non è solo un modo per ridurre le possibilità di contagio, né una ‘scappatoia’ per evitare il green pass. È un metodo di lavoro che può portare vantaggi ad aziende e dipendenti, pensato non come risposta all’emergenza sanitaria, quanto a una modalità lavorativa per una quotidiana normalità.
“Il fatto che il lavoro agile assicuri dei vantaggi alle aziende come ai dipendenti è dimostrato dal fatto che tantissime aziende che hanno adottato lo smart working come risposta all’emergenza Covid-19 hanno dichiarato di voler continuare a usare questo metodo anche in futuro – spiega Carola Adami, co-fondatrice Adami & Associati -. A patto però di organizzare il lavoro a distanza in modo migliore rispetto a quanto fatto a marzo 2020”.

I difetti dello smart working di natura emergenziale

E in effetti di punti negativi, il cosiddetto smart working di natura emergenziale, ne ha avuti diversi. Non tanti da rinnegare l’utilità del lavoro a distanza in una situazione in cui l’alternativa era la chiusura di tante aziende, ma il metodo messo in campo durante la pandemia non è stato il migliore.
“Nella maggior parte dei casi – ribadisce Adami – non si è trattato veramente di smart working, quanto invece di lavoro da casa, senza quindi l’agilità che definisce il lavoro agile. Ci sono state aziende – aggiunge Adami – che hanno mostrato un livello di fiducia molto basso nei confronti dei dipendenti che lavoravano a distanza, nonché dipendenti che a loro volta hanno avuto difficoltà a mantenere le proprie performance lavorando nei propri spazi domestici”.

Nel 2020 si ha lavorato di più senza aumentare la produttività

“Lo spirito dello smart working è quello di lavorare con maggiore libertà a livello di orari e di luoghi, garantendo performance uguali o perfino migliori, laddove invece nel telelavoro adottato nel 2020 si è teso talvolta a lavorare di più, senza peraltro un parallelo aumento della produttività – evidenzia Adami -. Lo spettro di perdere il proprio lavoro nel bel mezzo di una crisi sanitaria, economica e sociale non piace ovviamente a nessuno, e da qui la disponibilità a lavorare qualche ora in più tutte le sere, da casa”.
A confermare questa tendenza è Bloomberg, il quale riporta che nei due anni di pandemia i dipendenti da casa hanno lavorato mediamente 2,5 ore in più rispetto a quanto fatto in precedenza.

Le cose devono cambiare

Se molte aziende continueranno ad adottare lo smart working sarà necessario organizzare alla perfezione questo ‘ibrido’ tra lavoro in sede e lavoro a distanza.
“Non ci sono dubbi – conferma Adami – le imprese devono organizzarsi per trasmettere fiducia ai dipendenti, per ridurre al minimo lo stress, e per creare momenti di condivisione. Diventa fondamentale fissare delle regole chiare, sottolineando l’importanza della disconnessione, e abbandonando una volta per tutte la cultura del cartellino: deve essere chiaro che a guidare lo smart working non è l’orario fisso, quanto invece la produttività dei lavoratori”.

Over 60, più digitali dopo la pandemia

Gli ultrasessantenni italiani sono più digitali dopo la pandemia, e la maggioranza di loro ammette di utilizzare più agevolmente i dispositivi e le app rispetto all’inizio dell’emergenza sanitaria. Inoltre, i ‘nostri’ ultrasessantenni sono in testa a livello mondiale per quanto riguarda la digitalizzazione delle abitudini. I servizi più popolari? In questa fascia d’età sono videochiamate, shopping e streaming di film. Si tratta di alcune evidenze emerse dall’indagine internazionale condotta da Readly, il servizio di abbonamento digitale che consente l’accesso illimitato a circa 5000 riviste italiane e internazionali tramite un’unica app, in collaborazione con YouGov. L’indagine ha esplorato come sono cambiate le abitudini digitali degli over 60 nell’ultimo anno e mezzo, e cosa si aspettano gli ultrasessantenni quando la pandemia sarà finita.

Videochiamate, shopping online e visione di film in streaming

Insomma, il 60% degli italiani di oltre 60 anni di età conferma che il proprio stile di vita è diventato più digitale nei mesi di lockdown. Più in particolare, nell’ultimo anno e mezzo i ‘nostri’ ultrasessantenni si sono dedicati maggiormente a videochiamate (34%), allo shopping online (28%), alla visione di film in streaming (21%), e alla lettura di libri, riviste e quotidiani in digitale (19%).

Ultrasessantenni italiani al primo posto per digitalizzazione 

In questa fascia d’età, poi, il 63% degli intervistati ritiene che il proprio stile di vita continuerà a essere sempre più digitale anche dopo il Covid.
Se paragonate alle risposte degli intervistati in altri Paesi in cui si è svolta l’indagine, gli ultrasessantenni italiani sono di gran lunga coloro che nel corso della pandemia hanno maggiormente ‘digitalizzato’ le proprie abitudini, contro il 48% degli svedesi, il 44% dei britannici, il 40% degli olandesi, il 38% degli australiani, il 39% degli americani, e il 25% dei tedeschi.

E dopo la pandemia? Tornare a viaggiare, andare a cena fuori e ai concerti

“La pandemia ha portato con sé curiosità e conoscenza su come il mondo digitale può avvicinarci gli uni agli altri, ottimizzare il nostro benessere e facilitare la quotidianità – ha spiegato Marie Sophie Von BIbra, head of growth di Readly per l’Italia -. È molto bello vedere che anche chi è più avanti con l’età scopre le app di lettura come Readly, sia per l’intrattenimento sia per informarsi”. Ma cosa desiderano maggiormente gli Over 60 quando la pandemia sarà finita? Soprattutto uscire e viaggiare, riporta Ansa. La maggior parte degli italiani con più di 60 anni, il 43%, nel post-Covid si aspetta di poter tornare a viaggiare liberamente. Nelle preferenze seguono le cene con famiglia e amici (20%), la partecipazione a eventi, come concerti e manifestazioni sportive (14%), e poter incontrare parenti più anziani (4%).

Community, social, news e intrattenimento: il menù digitale degli italiani

Gli italiani amano il web, si sa. E il numero dei nostri connazionali che si collega alla rete è in continuo aumento, anche tra le fasce meno tecnologiche della popolazione, come gli over. Fatto sta che il “consumo” on line è cresciuto esponenzialmente nel nostro Paese: ma cosa fanno gli italiani quando navigano? A cosa si appassionano e quali siti frequentano? Lo rivela il report trimestrale dell’Osservatorio SevenData-ShinyStat, progetto nato con l’obiettivo di analizzare l’andamento degli interessi degli italiani sul web. Dai dati, si scopre che i nostri connazionali amano le community online, i social network e l’informazione. Ma non solo: a discapito di quanto si possa credere, chi frequenta il web non è certo un nerd: pur essendo più individualista dal punto di vista fisico rispetto a chi non frequenta la rete, gli utenti di Internet amano l’umorismo (+15% tra maggio e agosto), gli animali (+5%) e la natura (+44%).

Il lavoro non è una priorità

Sembra una stranezza, eppure rispetto al passato il web non è più così strettamente collegato al mondo professionale. Nel vissuto degli italiani in rete, risulta infatti che la rilevanza del mondo del lavoro, intesa come propensione a programmare piani di carriera, nell’ultima osservazione non era sentita come fattore prioritario (-9%). Ciò è soprattutto osservabile nel settore delle Banche e della Finanza (rispettivamente -23% e -20%), nell’Advertising & Marketing (-14%), Accounting & Auditing (-12% ), Business Services (-9%) e nell’Investing (-6%) come, d’altra parte, nel mondo del Legal (-21%), che fa registrare un trend in picchiata. I dati annunciano un trend positivo da settembre a novembre sui temi business. Segnali di una pausa dal mondo del lavoro sono quelli della scarsa attenzione rivolta alle associazioni dei lavoratori (-25%), al mondo delle piccole imprese (-23%) e, in generale, al settore tecnologico collegato all’uso professionale del web, che risulta complessivamente in discesa.

Voglia di svago

 “Dall’analisi del mood dei navigatori in Rete restituita dalla quarta wave dell’Osservatorio – dichiara Fabrizio Vigo, co-founder e ceo di SevenData – emerge la figura di un italiano con grande voglia di svago, meno preoccupato del fronte occupazionale e più orientato alla valorizzazione dell’ambiente (natura e animali) senza fare venire meno l’attrazione per tutto ciò che è web, online communities comprese. Siamo dell’idea, d’altra parte, che i dati rilevati fotografino una maggiore leggerezza degli italiani, seppur con trend non ancora del tutto assestati. In altre parole, l’uscita dalla pandemia deve essere ancora metabolizzata per diventare del tutto consapevolezza strutturale di un nuovo inizio, ma i segnali sono fortemente incoraggianti. Riteniamo quindi che anche le prossime edizioni dell’Osservatorio risentiranno probabilmente di un’instabilità dell’atteggiamento degli italiani che può essere considerata fisiologica in base a una situazione socio-economica attualmente ancora in fase di consolidamento”. 

Nuovo digitale terrestre: ecco gli step della rivoluzione della tv

Siamo pronti al nuovo passaggio? No, non si parla di cambiamenti politici, sociali o temporali, bensì dell’introduzione del nuovo digitale terrestre. Che comunque, nel suo piccolo, qualche scombussolamento lo porterà. Ecco perché è meglio sapere quello che accadrà e giocare d’anticipo per non farsi trovare impreparati o, peggio, con il telecomando della cara, vecchia Tv che non fa più vedere i canali preferiti. Proprio così: il passaggio definitivo al sistema DBV-T2 comporterà, per le Tv non omologate, l’impossibilità di accedere a diversi canali.

Prima data clou: il 15 ottobre

Dal 15 ottobre 2021 le emittenti hanno la facoltà (ma non ancora l’obbligo, che arriverà a fine anno) di introdurre la codifica MPEG-4 per la distribuzione dei canali Tv. La Rai per esempio dovrebbe cominciare con i canali tematici, per poi passare a inizio 2022 a quelli generalisti. Successivamente comincerà la road map per la dismissione della codifica MPEG-2: il passaggio, riporta Italpress, consentirà di avere su una stessa frequenza più canali con una qualità migliore.

Switch off per aree

Il passaggio, però, non sarà in contemporanea in tutta Italia, ma per aree in base a date successive. Eccole: 15 novembre-18 dicembre lo switch off comincia in area 1A cioè la Sardegna; 3 gennaio-15 marzo 2022 si passa in area 2 per il nuovo digitale terrestre. Le Regioni: Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia tranne la provincia di Mantova, provincia di Piacenza, provincia di Trento, provincia di Bolzano. Coinvolta anche anche l’area 3 con Veneto, provincia di Mantova, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna tranne la provincia di Piacenza; 1 marzo-15 maggio parte l’area 4 con Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata, Abruzzo, Molise, Marche; 1 maggio- 30 giugno 2022 chiude con l’area 1B: Liguria, Toscana, Umbria, Lazio, Campania. Il passaggio definitivo al DBV-T2 avverà il 1° gennaio 2023.

Cosa succede per i canali Rai e Mediaset

Per la Rai, ad essere interessati dal cambiamento verso la qualità HD, saranno i nove canali “tematici” – Rai 4, Rai 5, Rai Movie, Rai Yoyo, Rai Sport+ HD, Rai Storia, Rai Gulp, Rai Premium e Rai Scuola – mentre resteranno “contemporaneamente” visibili (sia in alta che in bassa risoluzione) a tutti gli utenti, le tre reti ammiraglie Rai1, Rai2 e Rai3, e la rete di informazione Rainews24. Per Mediaset invece, a fare da apripista per l’alta definizione saranno i canali specifici TGCOM24, Mediaset Italia 2, Boing Plus, Radio 105, R101 TV e Virgin Radio TV; mentre rimarranno contemporaneamente visibili tutti gli altri canali. In questa prima fase, quindi, potranno continuare a ricevere tutti i canali RAI e Mediaset sopra citati solo gli utenti che siano in possesso di TV o decoder che supportano il nuovo sistema di codifica MPEG-4.