Lavoro, nel trimestre marzo-maggio 2021 previste 923mila assunzioni

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Il mercato del lavoro dovrebbe ripartire con rinnovato slancio, stando alle stime, già dal mese di marzo 2021. Confidando sull’efficacia dei vaccini e sulla voglia di rimettersi in moto, le imprese italiane investono nelle assunzioni di nuovo personale. Sono infatti 292mila i contratti di lavoro previsti dalle imprese per marzo 2021 e 923mila per il trimestre marzo-maggio. Sono 59mila in più rispetto a marzo dello scorso anno ma ancora 88mila in meno rispetto a marzo del 2019, quando l’economia non era ancora stata investita dalla pandemia da Covid-19. Lo rivela il Bollettino mensile del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal. Certo, l’andamento non è omogeneo per tutti i settori: da un lato c’è il calo della  domanda di lavoro rispetto al 2019 soprattutto per i settori del terziario (-79mila) e in particolare per la filiera del turismo (-50mila entrate programmate). Dall’altro, ci sono comparti che evidenziano segni positivi, come le costruzioni e l’Ict che – nelle previsioni – superano il livello delle assunzioni rilevato a marzo 2020 e 2019.

Bene soprattutto i comparti che lavorano con l’estero

In particolare, registrano la maggiore domanda di nuova forza lavoro i settori industriali e manifatturieri che possono vantare prospettive positive per la domanda estera, soprattutto da Cina, Stati Uniti e Germania: è il caso di metallurgia e prodotti in metallo (+6.800 le entrate programmate rispetto a marzo 2020), meccatronica (+4.800), moda (+3.000) e farmaceutica e biomedicale (+2.000). Resta però alta la difficoltà da parte delle imprese di reperire le figure giuste (32%), in particolare nella ricerca di profili per le aree aziendali Sistemi informativi (58,7%), Progettazione e R&S (48,3%) e Installazione e manutenzione (44,1%).

I profili più ricercati

Dal Borsino Excelsior delle professioni di marzo 2021 i profili più ricercati riguardano gli operai specializzati (59mila) seguiti da conduttori di impianti e operai di macchinari fissi e mobili (47mila). Nel confronto con lo stesso mese del 2020 e 2019 cresce la domanda soprattutto per le professioni a più elevata specializzazione (22mila). Sono le microimprese (1-9 dipendenti) a registrare la maggiore flessione nei programmi di assunzione rispetto al 2019 (-37mila entrate), mentre le grandi imprese (oltre 250 dipendenti) si attestano su livelli molto vicini a quelli pre-Covid (-2mila entrate).

Meglio il Nord del Sud

La ripresa del mercato del lavoro sembra essere decisamente più veloce nelle regioni del Nord Ovest (con la Lombardia in testa) e del Nord Est rispetto a quelle del Sud. Il Mezzogiorno, infatti, paga lo scotto della profonda crisi che ha investito il settore del turismo e le regioni del Sud segnano una flessione delle entrate sia rispetto a marzo 2019 sia a marzo 2020 (rispettivamente -28,2% e -1,7%).

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Per reagire alla crisi più coraggio su ambiente e digitale. Lo dicono i manager

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Come dovranno essere investite le risorse del Next generation Eu? Soprattutto per sostenere la transizione digitale ed ecologica del Paese. È questa l’istanza dei manager italiani, intervistati dalla survey dell’Osservatorio 4.Manager sul tema della sostenibilità competitiva presentata in occasione del web talk Il valore della sostenibilità. Impatti strategici e strumenti operativi per imprese e manager, organizzato da Federmanager in collaborazione con 4.Manager ed Esgr. Dall’indagine, rivolta a 954 manager iscritti a Federmanager, emerge infatti un significativo aumento dell’urgenza attribuita al tema della crescita economica, ritenuto urgente dal 58,7% del campione intervistato, con +19,8% di importanza data dai manager.

Sostenibilità ambientale ed energetica, un pilastro delle prospettive di sviluppo

Le prime tre priorità indicate dai manager riguardano infatti la digitalizzazione avanzata della Pa e dei servizi (74,6%), l’adattamento dei sistemi educativi per supportare le competenze digitali (53,0%) e la diffusione in tutte le regioni italiane di fibra e 5G per imprese, famiglie e Pa (47,1%, che sale al 52,9% per gli intervistati che lavorano nelle Pmi). Dalla rilevazione emerge inoltre un significativo 43% di manager che pensa agli incentivi per efficienza energetica ed energie rinnovabili come priorità di investimento, a testimonianza di quanto la sostenibilità ambientale ed energetica sia ormai consolidata come pilastro delle prospettive di sviluppo.

Nella partita del Next generation Eu sono i governi nazionali gli attori principali

Per due manager su tre poi non adeguarsi ai paradigmi della sostenibilità comporta “minori spazi di mercato” (67,1%), ma anche “forti limitazioni operative a causa di normative sempre più rigorose” (66,5%), e per un 40,1% “minore accesso ai finanziamenti”. Nella partita del Next generation Eu, per il 64,1% del campione sono i governi nazionali gli attori principali, in grado di incidere sulle scelte decisive per una sostenibilità competitiva, ancor più delle istituzioni europee, che si piazzano sul secondo gradino del podio con il 60,8%.

Porre le basi per una rinascita competitiva innovando i processi industriali

“Con il 37% delle risorse europee vincolate a investimenti e riforme in tema di ambiente, abbiamo la possibilità di diventare leader globali innovando i processi industriali – commenta Stefano Cuzzilla, presidente nazionale Federmanager e presidente 4.Manager -. Con nuove fonti di approvvigionamento come l’idrogeno pulito, con l’economia circolare che trasforma lo scarto industriale in una risorsa, con l’attenzione verso la filiera produttiva e le comunità energetiche, possiamo porre le basi per una rinascita competitiva del nostro sistema, mettendo in sicurezza il futuro delle nuove generazioni”.

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La pandemia costa a ogni italiano 5.420 euro

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Quanto è costata la pandemia agli italiani? Nel 2020 è costata mediamente 5.420 euro a testa, di cui 2.371 euro di minore Pil pro capite e i restanti 3.049 euro di incremento di debito. A rispondere è lo studio Il debito pubblico italiano e il Covid-19, realizzato dal Consiglio e dalla Fondazione Nazionale dei Commercialisti, che ha misurato l’impatto dell’emergenza sull’economia italiana mettendola a confronto con quella dei Paesi del G20. Nell’analisi, condotta a partire dai più recenti dati del Fondo Monetario Internazionale, emerge infatti come il crollo del Pil reale per l’Italia, stimato per il 2020 al -9,2%, (-8,9% secondo gli ultimi dati Istat) sia il peggiore calo dopo l’Argentina (-10,4%) e il Regno Unito (-10%), mentre, a causa di un rimbalzo troppo corto nel 2021, l’Italia presenterebbe il calo del Pil maggiore nel biennio 2020-2021 (-6,5%).

Spesa pubblica aggiuntiva e sgravi fiscali raggiungono il 6,8% del Pil

Nel 2020, la spesa pubblica aggiuntiva e gli sgravi fiscali per far fronte alla pandemia hanno raggiunto il 6,8% del Pil, collocando l’Italia al nono posto nel G20. In termini pro-capite il sostegno statale è stato pari a 1.858 euro, molto meno che in Germania (4.414 euro), in Francia (2.677 euro), negli Stati Uniti (9.311 euro) o nel Regno Unito (5.752 euro). Considerando che nel 2020 la perdita media per ogni italiano del Pil è pari a 2.371 euro, il sostegno statale di 1.858 euro non è stato sufficiente a coprirla, generando una perdita di 513 euro pro-capite, mentre per la Francia il risultato è stato di -120 euro e per la Germania di +1.841 euro.

Debito pubblico pro-capite: nel 2020 arrivato a 3.049 euro

Per quanto riguarda il debito pubblico, l’anno scorso nel nostro Paese aumenta di 3.049 euro in termini pro-capite. Nel 2021 aumenta di altri 2.372 euro a testa, e nel biennio cresce in totale di 5.421 euro. Per effetto della pandemia, il debito pubblico italiano a livello pro-capite, e cioè per ogni italiano in media, passa quindi da 39.864 euro del 2019 a 42.913 euro del 2020. Nel G20 si colloca al terzo posto insieme al Canada e dopo Stati Uniti e Giappone e nel 2021 arriva a 45.285 euro, riporta Askanews.

Come evitare shock pericolosi per l’economia del Paese

“Le analisi e i dati presentati nella ricerca mettono in luce significativi profili di rischio per l’economia italiana – commenta Massimo Miani, presidente Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti -. È necessario promuovere politiche fiscali espansive maggiormente coerenti con la situazione di estrema difficoltà delle imprese e delle famiglie italiane e nello stesso tempo impiegare al meglio le risorse del Recovery Fund. Ma occorre anche ridiscutere, a livello europeo, le regole fiscali che governano la finanza pubblica – aggiunge Miani -. È assolutamente imprescindibile riconsiderare la sostenibilità del debito pubblico italiano alla luce delle mutate condizioni economiche post-pandemiche. Solo così si eviteranno shock pericolosi per l’economia del Paese che colpirebbero in modo sensibile la ricchezza degli italiani”.

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Il 45% delle persone nel mondo vuole dimagrire

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Il 45% delle persone in tutto il mondo attualmente sta cercando di perdere peso. Si tratta di una cifra che aumenta a due terzi (60%) in Cile e di oltre il 50% in Spagna, Perù, Arabia Saudita, Singapore e Stati Uniti. Ma quali sono le azioni e gli interventi principali da intraprendere per perdere peso secondo i cittadini del pianeta Prima di tutto, l’esercizio fisico, indicato a livello globale dal 52% come rimedio principale. E in Italia? Soltanto il 34% dei cittadini lo indica al primo posto. Si tratta di alcune evidenze rilevate da un sondaggio globale di Ipsos condotto in 30 Paesi per comprendere quali sono gli interventi ritenuti maggiormente rilevanti per la perdita di peso, gli alimenti da ridurre o eliminare, e il ruolo di aziende e Governi.

Azioni e interventi per la perdita di peso

Oltre all’esercizio fisico, gli intervistati indicano la dieta (44% a livello globale), che in Malesia sale al 63% e in Italia si abbassa al 37%. Poi l’alimentazione sana (52%), opinione maggiormente condivisa nei Paesi Bassi (70%), in Messico (68%) e in Cile (67%), mentre in Italia la percentuale è in linea con la media globale (53%). Segue il consumo di bevande zuccherate (38%, Italia 30%), e il consumo di alcool (15%), opinione che aumenta in Russia (26%), Gran Bretagna e Corea del Sud (25%), e Sud Africa (24%), mentre in Italia la percentuale è pari al 16%.

Quali cibi e bevande ridurre?

A livello globale, e anche italiano, è lo zucchero l’alimento nemico numero 1 della linea (62%), opinione che sale a oltre il 70% in Ungheria, Malesia, Polonia, Russia, Turchia e Sud Africa. Ridurre le calorie è considerata dal 41% delle persone un ulteriore strategia per la perdita di peso, un po’ meno in Italia (32%), seguita dall’eliminare i carboidrati (39%, Italia 49%), i grassi saturi (28% anche in Italia), e quelli insaturi (5%, 4% in Italia). Nella lista compare poi la carne, che a livello globale viene indicata da soltanto il 7% della popolazione e dal 6% degli italiani. 

Il ruolo di aziende e Governi

La convenienza economica degli alimenti salutari, sia a livello globale sia in Italia, viene indicata come fattore principale nel perdere peso dal 42% delle persone che sta cercando di dimagrire. A questa seguono la disponibilità di aree verdi e strutture pubbliche per poter svolgere attività fisica (22% anche in Italia), e l’accesso più facile a cibi salutari (17%), percentuale che aumenta a circa un terzo della popolazione in Argentina (36%) e Cile (30%), ma che in Italia diminuisce all’11%. 

Un’etichettatura degli alimenti più chiara, poi, è considerata un’iniziativa che può aiutare nella perdita di peso per il 13% delle persone a livello globale, e che aumenta al 23% in Germania.

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L’anno del Covid visto da Facebook

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Nell’Year in Review, la rassegna di avvenimenti, persone e temi che più di altri hanno mobilitato il mondo social il 2020 sarà ricordato per sempre come l’anno del Covid 19. E i social di questo ricordo sono stati un amplificatore. Così, tra l’affermarsi di nuovi modi di comunicare e lavorare si è assistito a un raddoppio dei flussi di chiamate durante il primo lockdown, attraverso le piattaforme di messaggistica come messenger e whatsapp. Solo ad aprile, poi, oltre 3 milioni di italiani hanno preso parte su Facebook a gruppi locali impegnati a offrire supporto durante l’emergenza.

Gli hashtag della solidarietà

Dai video dei mezzi dell’esercito che trasportavano le bare delle vittime di Coronavirus a Bergamo alle immagini spaesanti di Papa Francesco nella piazza deserta di San Pietro dello scorso 27 marzo, la fotografia scattata da Facebook di questo 2020 è il riflesso delle nostre vite cambiate dalla pandemia. L’hashtag Andrà tutto bene ha unito oltre 4 milioni di persone in tutto il mondo per dare sostegno all’Italia, soprattutto all’inizio della pandemia, seguito da espressioni come Io resto a casa e Musica che unisce, la maratona musicale che ha mobilitato molti artisti per la raccolta fondi a sostegno della Protezione Civile.

Una piazza virtuale per ricordare i nomi dei grandi che ci hanno lasciato

Il bisogno di sentirsi parte di una comunità, nonostante la necessità del distanziamento fisico, hanno animato gruppi di ogni natura come quello Uniti contro il virus, nato per permettere alle persone di confrontarsi e scambiare idee e i flash mob Italy applaudiamo l’Italia. Nell’anno della pandemia, Facebook è stata anche la piazza per ricordare i nomi delle grandi personalità che ci hanno lasciato da Ennio Morricone a Ezio Bosso, da Jarabe de Palo a Kobe Bryant passando per Luis Sepulveda e Kim Ki-duk, riporta Askanews.

Gli eventi e i live streaming sui social

All’emergenza sanitaria è legato, in qualche modo, uno degli eventi più discussi su Facebook come il concerto di Andrea Bocelli in una piazza del Duomo deserta a Milano nella domenica di Pasqua. Ma ha trovato spazio anche il movimento Black Lives Matter che, nelle tre settimane successive alla morte di George Floyd, ha visto triplicare le conversazioni su questo topic in tutto il mondo, con una media di 7,5 milioni di menzioni su Facebook ogni giorno. In Italia, il tema è stato altrettanto sentito e proprio sulla piattaforma sono nate alcune manifestazioni come I can’t breathe protesta pacifica a Roma. Le restrizioni imposte dalla Covid 19, infine, hanno fatto schizzare come non mai anche la partecipazione, nel corso della settimana festiva di Pasqua, ai live streaming dalle pagine spirituali.

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Italia, prima in Europa nel design con 34mila imprese

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L’Italia e il design sono un binomio indissolubile, da sempre. Confermato anche dai numeri: nel nostro paese ci sono quasi 34mila imprese del settore, che collocano lo Stivale saldamente al primo posto della classifica del design europeo. Un peso pari al 15,5% che ci mette sul podio, davanti a Germania e Francia. I dati sono emersi dal report “Design Economy 2020”, realizzato da Fondazione Symbola, Deloitte Private e POLI.design, da quest’anno con il supporto di Adi, Cuid e Comieco e il patrocinio del ministero degli Affari esteri. Complessivamente, il comparto in Italia dà lavoro a 64.551 persone con un valore aggiunto superiore a 3 miliardi di euro.

Vendite sul podio, ma sul terzo gradino

Eppure, nonostante questi numeri, Germania e Regno Unito segnano un livello di occupazione e un volume d’affari superiori a quelli italiani. La nostra “colpa”? Probabilmente la grande frammentazione della struttura imprenditoriale nazionale. Quest’ultimo fattore spiega come mai il complesso dei Paesi UE registra un volume di vendite pari a 27,5 miliardi di euro, e l’Italia ne alimenta da sola il 14,8%, in terza posizione dietro al Regno Unito (24,5%) e alla Germania (16,4%), ma largamente davanti a Francia (9,2%) e Spagna (4,6%). I settori industriali italiani che fanno maggiore ricorso al design sono: legno arredo, abbigliamento e automotive. Per quanto riguarda la dimensione delle imprese del comparto, si tratta in gran parte di piccole realtà: liberi professionisti e microimprese (meno di 100mila euro di fatturato) incidono ancora per oltre la metà dell’occupazione (53,4%), mentre le imprese con fatturato superiore a 5 milioni di euro hanno un’incidenza occupazionale dell’8,4%.

Milano capitale del Design

La principale capitale del design italiano è Milano: il capoluogo lombardo è capace di concentrare il 18,3% dell’output totale del settore sul territorio nazionale, mentre Torino e Roma, rispettivamente seconda e terza, incidono per l’8,0% e per il 5,3%. Anche sul fronte occupazione Milano conta circa il 14% del totale degli addetti. Il primato di Milano non è casuale: qui hanno sede due delle più importanti collezioni del design al mondo, quella della Triennale di Milano e quella del Museo del Compasso d’oro promosso dall’ADI, che verrà inaugurata entro il 2020. Milano è anche sede dal 1961 del Salone del Mobile e del Fuorisalone, una delle più grandi manifestazioni al mondo dedicate al design. In seconda posizione figura Torino, che nel 2014 ha ricevuto dall’Unesco la nomina di Città creativa per il Design e che ospita grandi nomi del design dell’automobile, mentre cresce l’interesse di Roma soprattutto per quanto riguarda la moda.

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Bere poco fa perdere 2 ore di sonno a notte

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I motivi per cui si dorme poco, o addirittura, si soffre di insonnia, posso essere molti. La causa di una notte insonne o di un riposo disturbato, potrebbe essere causata dalla digestione che non funziona come dovrebbe o dai troppi pensieri e dalle preoccupazioni che non lasciano tranquilli. Ma uno dei motivi meno noti e meno scontati che potrebbero influire su una cattiva qualità del sonno, privando il riposo notturno anche di due ore, è bere poca acqua. Dallo studio Short sleep duration is associated with inadequate hydration, pubblicato sulla rivista Sleep, è emerso infatti che chi beve troppo poco ha una scarsa qualità del sonno.

Durata e qualità del sonno sono in relazione allo stato di idratazione dell’organismo

I risultati della ricerca sono scaturiti da due studi condotti negli Stati Uniti e in Cina, che hanno preso in considerazione rispettivamente 9.559 e 11.903 persone. In entrambi gli studi non sono state coinvolte persone con patologie renali, o che facessero uso di farmaci che potessero interferire con i risultati. I criteri di valutazione utilizzati per analizzare la durata e la qualità del sonno in relazione allo stato di idratazione dell’organismo, si sono basati, oltre alla compilazione di interviste dirette e via computer, su due parametri analitici dell’urina, ovvero la densità e la composizione ionica (sali disciolti).

La scarsa idratazione induce modificazioni nel rilascio della vasopressina

“Lo studio ha messo in evidenza che i valori elevati di densità urinaria (maggiori di 1020 g/ml) e di contenuto salino (maggiore di 831mOsm/kg) sono indici di scarsa idratazione e portano a un accorciamento della durata del sonno di circa due ore legate a modificazioni nel rilascio dell’ormone antidiuretico (vasopressina) con interferenza dei ritmi circadiani (risveglio) – spiega il pofessor Umberto Solimene dell’Università degli Studi di Milano ed esperto dell’Osservatorio Sanpellegrino -. In sostanza l’organismo disidratato si difende producendo vasopressina per non perdere liquidi influendo però sul risveglio anticipato”.

Magnesio e potassio aiutano a mantenere il regolare ciclo veglia-sonno

L’acqua, quindi, oltre a essere alla base del benessere del nostro organismo, può anche aiutarci a dormire bene. Una relazione, quella tra acqua e sonno, poco scontata: “Non dimentichiamo – prosegue il professor Solimene – che l’acqua può contribuire a una buona digestione, un altro degli aspetti che aiuta a dormire bene. In particolare, le acque minerali bicarbonato-solfate, grazie alla presenza di questi due sali minerali, stimolano l’attività del fegato e del pancreas, riducendo l’acidità gastrica e favorendo l’azione degli enzimi digestivi. È importante ricordare anche che l’acqua minerale contiene altri oligoelementi utili per mantenere il regolare ciclo veglia-sonno – aggiunge il professore – come il magnesio e il potassio. Al contrario, una carenza di questi due elementi può condurre a insonnia ed a irritabilità”.

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Telecomunicazioni, nel 2019 calano i ricavi ma non gli investimenti

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Nel 2019 i ricavi per il settore delle telecomunicazioni scendono a 26,8 miliardi, il valore più basso degli ultimi 10 anni.  A fronte di aumenti del 50% all’anno dei volumi di traffico dati mobili, e del 25% del traffico dati fisso, il contesto iper-competitivo ha comportato la continua riduzione dei prezzi, e di conseguenza, dei ricavi, ulteriormente ridotti di 1 miliardo di euro. Al contrario, la competizione sui servizi ha trainato l’incremento degli investimenti, in crescita dal 2013, nella costruzione delle reti a banda larga e ultra-larga, radio e in fibra. Lo afferma il rapporto sulla Filiera delle Telecomunicazioni in Italia presentato a Roma da Asstel-Assotelecomunicazioni e le organizzazioni sindacali Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil.

L’anno scorso gli investimenti fissi hanno raggiunto l’incidenza del 25%

Nel 2019 gli investimenti fissi di 7,6 miliardi di euro, di cui oltre 300 milioni di oneri per le frequenze, hanno raggiunto l’incidenza record del 25% sul fatturato totale del settore, spinti dall’espansione delle reti 4G, dall’avvio delle reti 5G e dalla crescita degli accessi alle reti VHCN con prestazioni oltre 100 Mbps.

Questi ultimi hanno raggiunto il numero di 7,1 milioni, pari al 40,5% del totale degli accessi, cresciuti del +37% rispetto al 2019, quando erano 5,2 milioni, riporta Ansa.

Collaborazione tra pubblico e privato e sostegno finanziario alla domanda

“Oggi nelle telecomunicazioni le quattro sfide a cui dare risposta sono molto chiare”, ha sottolineato il presidente di Asstel, Pietro Guindani.

La prima delle quattro sfide è la collaborazione tra il settore pubblico e quello privato per lo sviluppo di nuovi servizi “intelligenti”, in grado di far tornare a crescere il valore del mercato. La seconda, ha spiegato ancora Guindani, “è il sostegno finanziario alla domanda per stimolare l’adozione dei servizi in maniera accelerata”, e in questo modo poter recuperare il ritardo accumulato rispetto ai Paesi nostri competitor.

“Il Recovery Fund è lo strumento da mobilitare”

Una terza sfida riguarda la sostenibilità degli investimenti nelle infrastrutture, un “prerequisito per la competitività, non solo delle imprese di telecomunicazioni, ma del Paese in generale”, ha commentato il presidente di Asstel. Non ultimo, lo sviluppo delle competenze digitali, “dei nostri lavoratori e di tutta la popolazione italiana che risulta essere ultima tra i 28 paesi dell’Unione Europea – ha aggiunto Guindani -. Il Recovery Fund è lo strumento da mobilitare per affrontare e dare soluzione alle esigenze di investimento nelle infrastrutture e nelle competenze digitali”.

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Ritorno a scuola, tutti i timori dei “grandi”

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Anche se con qualche difficoltà, la scuola è ricominciata. Dopo mesi di lezioni a distanza, bambini e ragazzi sono tornati a una “quasi” normalità, pur con i limiti e le procedure imposte dalle misure per contrastare il coronavirus. Ma come vivono questo momento i genitori, sia in Italia sia nel Nord America così da fare un paragone? Alla domanda ha risposto un’indagine di Bva-Doxa, che ha raccolto pensieri, opinioni e mood da parte delle famiglie.

La preoccupazione c’è

Lo studio è stato condotto una settimana prima dell’avvio dell’anno scolastico, e non mancano i timori. Tra gli adulti prevale un sentiment negativo: si riconoscono per lo più ‘preoccupati’ all’idea che il figlio/a torni a scuola (41%), confusi (35%) e nervosi (12%). Uno su 3 è fiducioso per il nuovo anno scolastico, più i papà (32%) rispetto alle mamme (26%), e il 10% si dichiara felice che il proprio figlio ritorni tra i banchi di scuola. La positività del rientro emerge quando i genitori descrivono come bambini e ragazzi stanno vivendo il ritorno a scuola. Il 29% dei genitori dichiara che il proprio figlio/a è felice di tornare a scuola, il 21% lo definisce ‘curioso’ e solo il 20% dei genitori dichiara che il proprio figlio è preoccupato, e il 12% nervoso. Più o meno sono le stesse reazioni rilevate in Canada: due terzi dei genitori manifestano sentimenti di preoccupazione per il ritorno a scuola, ma vedono nei loro figli, per oltre il 40%, il desiderio di tornare a scuola.

Cosa fa più paura

Non sorprende che tra le principali preoccupazioni di mamme e papà sia che, tornando a scuola, il figlio si possa ammalare di coronavirus (47%). A impensierire i genitori, e in misura leggermente superiore, è anche la possibilità che il ritorno a scuola possa portare nuovi contagi all’interno della famiglia, indicata dal 53%. Al di là del rischio per i bambini e i ragazzi, si teme la diffusione del virus ad altri membri, magari tra i più anziani e quindi più a rischio. Le famiglie negli Stati Uniti si pongono diversamente: la preoccupazione che il figlio si possa ammalare tornando a scuola, è molto alta e sale al 74%.

Fiducia nella scuola

Tuttavia, le famiglie italiane si dimostrano fiduciose nella risposta che la scuola potrà dare in caso di problemi e nella sua capacità di prendere le decisioni più appropriate per come organizzare le attività nel rispetto delle norme anti contagio. Il 48% dei genitori italiani è sereno anche in questo caso, più che negli Stati Uniti, dove solo il 36% si dice fiducioso. Insomma, in Italia si respira più ottimismo, anche sui banchi.

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Più controllo e sicurezza in azienda grazie ai badge

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Oggi sono sempre più le aziende che decidono di adottare delle soluzioni adeguate per riuscire a controllare l’ingresso e l’uscita dei lavoratori dalla sede aziendale. Le ragioni sono da ricercare nella salvaguardia del patrimonio aziendale da eventuali intrusioni inopportune, volte a danneggiare o sottrarre dispositivi e apparecchiature che hanno un certo costo, ma anche nell’ottica di fornire maggiore sicurezza ai dipendenti stessi.

Una soluzione che garantisce controllo e sicurezza

Grazie ai rilevatori di presente infatti, e in particolar modo grazie ai moderni badge timbratura, non solo è possibile impedire l’accesso all’interno dei locali aziendali a tutti coloro i quali non sono autorizzati, ma è anche possibile sapere in ogni momento quanti lavoratori sono presenti all’interno della sede aziendale ed in quale area si trovano esattamente.

Ciò è particolarmente di rilievo in occasioni quali calamità o emergenze che necessitano una immediata evacuazione dalla struttura: pensiamo ad esempio ad un incendio in corso, momento in cui diventa fondamentale sapere quante persone esattamente si trovano ancora all’interno dell’edificio così da poter facilitare anche il lavoro dei soccorritori.

Parliamo dunque di una tecnologia che è in grado sia di preservare quello che è il patrimonio aziendale, ma anche di tutelare l’incolumità dei dipendenti e facilitare le operazioni di soccorso in caso di emergenza. I timbracartellini commercializzati da Cotini srl rappresentano l’avanguardia del settore, e consentono di innalzare notevolmente il livello di sicurezza di ogni tipo di edificio andando così a soddisfare anche diverse norme inerenti la sicurezza sul lavoro.

Ampia possibilità di personalizzazione

È possibile scegliere tra badge magnetici e di prossimità in base alle proprie esigenze, ed è sempre possibile personalizzare i badge mediante un numero progressivo stampato sul badge stesso, o direttamente apporvi il logo aziendale, la ragione sociale nonché la foto di ciascun dipendente. È possibile infine associare i badge a dei pratici portabadge che consentono di averlo sempre a portata di mano ed evitare di perderlo, poggiandolo distrattamente o al tempo stesso evitare di dimenticarlo a casa o in auto.

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